CGIL
Confederazione Generale Italiana del Lavoro
XIII Congresso Nazionale
IL NUOVO PROGRAMMA FONDAMENTALE DELLA CGIL
Capitolo V
Per una società più solidale
1. La crisi del Welfare
Lo Stato sociale è venuto configurandosi, dopo la grande crisi
degli anni 20, come un modello sempre più complesso, costituito
da articolazioni della cui interdipendenza ci si è accorti molto
tardi: dal sistema educativo e formativo alle politiche attive
del lavoro e alla promozione di nuova occupazione; dalla
prevenzione e dalla tutela della salute alla previdenza e
all'assistenza delle fasce più deboli della popolazione; dalle
politiche contro l'esclusione sociale e civile alle politiche per
il sostegno della famiglia; dalle politiche economiche
finalizzate alla risoluzione di grandi problemi sociali, come
l'abitazione, alla promozione delle pari opportunità, alla
politica dei redditi.
Gli sconvolgimenti demografici, i mutamenti del mercato del
lavoro, la crisi finanziaria e fiscale degli Stati costituiscono
le radici della crisi di questo modello in tutti i paesi
industrializzati. In questo quadro si è inserita una offensiva
ideologica e politica di destra, tesa a destrutturare nei vari
paesi lo Stato sociale, sulla base di una ipotesi di
privatizzazione come forma centrale di lotta agli sprechi.
In Italia, come in molti altri paesi, lo Stato sociale si è
storicamente costituito come Welfare "lavoristico" (legato cioè
alla storia lavorativa del singolo, come le pensioni) e, in
parte, "universalistico" (basato sull'essere cittadino di questo
paese o di risiedervi, come la sanità), caratterizzato da una
struttura prevalentemente settorialistica in relazione alle
diverse modalità di finanziamento dei singoli comparti o alla
diversa parte di cittadini che a cui sono destinati i singoli
servizi o i meccanismi di redistribuzione del reddito.
Oggi è rimessa particolarmente in discussione l'impostazione
lavoristica del nostro sistema di Welfare, nato come una
assicurazione per i lavoratori dipendenti, considerati un
universo omogeneo, con una concezione fordista della società e
tayloristica dell'organizzazione della produzione da cui
scaturisce una visione del rapporto di lavoro come rapporto a
tempo indeterminato e per tutta la vita; una assicurazione,
quindi, rispetto a rischi considerati uguali per tutti (malattia,
infortunio, vecchiaia, disoccupazione, maternità).
La differenziazione e articolazione del mercato del lavoro e dei
lavori, l'aumento delle insicurezze e delle disuguaglianze, i
rischi di nuove forme di esclusione e povertà, la nascita di
nuovi bisogni, rendono necessario ripensare un modello di Welfare
molto diverso, che assuma un insieme di diritti universali come
nuova base e ispirazione. Che non si limiti a forme di
assicurazione uguali per tutti, per uguali rischi e un eventuale
risarcimento dei danni, ma che si proponga di offrire a tutti
opportunità di inserimento nel lavoro e nella società, attività
di promozione, di inclusione sociale, di miglioramento delle
condizioni di vita, in termini flessibili e adattabili alla
differenziazione della domanda, privilegiando i più deboli,
proponendo un riequilibrio reale delle opportunità.
In Italia inoltre vi è ulteriore aspetto della crisi
particolarmente acuta dello Stato sociale: in un Welfare più
recente e per qualche verso "incompiuto", metodi di gestione
burocratici, assistenziali e clientelari hanno determinato
distorsioni, inefficienze. Ma soprattutto la diffusa sensazione
di uno scarto grave fra risorse investite e qualità dei sevizi e
delle prestazioni offerte, a cui si intreccia una crisi di
legittimazione determinata dalla tendenziale riduzione
dell'universo dell'intervento, produttrice a sua volta di nuove
disuguaglianze.
Mentre la gestione burocratica e centralizzata ha tolto ogni
visibilità alle politiche di solidarietà e ha reso indecifrabili
i trasferimenti di risorse, pesano sul Welfare italiano squilibri
territoriali (soprattutto Nord-Sud) nella qualità e diffusione
dei servizi e nei criteri della redistribuzione del reddito, al
punto tale da configurare vere e proprie differenze nei diritti
di cittadinanza.
In questo quadro d'insieme vanno visti alcuni fra i principali
fattori di sconvolgimento dell'assetto del Welfare nel nostro
paese.
In primo luogo, il progressivo aumento della vita media causato
dai successi della medicina e dai cambiamenti economici e
culturali avvenuti negli ultimi decenni, una popolazione anziana
sempre più attiva a seguito dei mutamenti nel processo di
invecchiamento, la continua flessione del tasso di natalità,
hanno prodotto e stanno continuando a determinare una evoluzione
assolutamente impensabile della situazione demografica e dei
rapporti interni alla popolazione, solo parzialmente corretti dal
fenomeno dell'immigrazione.
Inoltre le probabilità di durata della vita e la sua qualità non
sono ugualmente distribuite tra la popolazione in relazione alla
differenza fra i sessi, alla natura del lavoro prestato, al grado
di istruzione, al possesso di strumenti culturali ed economici.
Ne derivano disuguaglianze di opportunità nell'accesso ai servizi
del Welfare e diritti alla pensione sostanzialmente diversi.
Pertanto, non è più sostenibile uno Stato sociale fondato sul
principio assicurativo e il problema è non solo quello della
quantità di risorse erogate, ma di personalizzazione di sevizi in
grado di recuperare, almeno tendenzialmente, le differenze di
opportunità e le diversità dei bisogni.
Il Welfare nel nostro paese, come in Europa, si è basato su un
modello sociale che assegnava al maschio adulto capofamiglia il
lavoro produttivo e alla donna il lavoro domestico e di
riproduzione sociale. Coerentemente, per alcune donne, che
comunque sceglievano o erano costrette al lavoro (denominato,
significativamente, extradomestico), vi erano leggi di tutela ad
hoc o forme di lavoro specifiche.
Mentre, quindi, le donne presenti nel lavoro produttivo hanno
dovuto attuare la strategia chiamata della "doppia presenza",
l'insieme del lavoro del lavoro familiare e di cura non
retribuito e svolto dalle donne è quello che ha abbassato il
costo sociale del lavoro produttivo e, insieme, permesso i
benefici del Welfare ai cittadini in quanto lavoratori.
L'ingresso delle donne nel mercato del lavoro ha messo in
discussione il patto fondato sulla divisione sessuale dei ruoli e
la rigidità del modello lavorativo e dell'organizzazione sociale,
spingendo a ripensare la durata, le scansioni, l'organizzazione
del lavoro, insieme ai tempi di vita e alla inadeguatezza
strutturale dei servizi pubblici, in particolare di quelli alla
persona. Ma ha soprattutto disvelato il valore strutturale del
lavoro di cura nella determinazione del modello lavorativo e
sociale.
L'impegno dei governi alla Conferenza Onu intergovernativa di
Pechino alla misurazione economica del lavoro di cura impone che
il ripensamento del Welfare come modello sociale (e modello
lavorativo) non rimuova questo tema.
2. La cultura e la formazione per la persona e la cittadinanza
Il terzo fattore di crisi è quello dell'istruzione e della
formazione. Esso incide sempre di più sulla qualità della vita,
sulla capacità delle persone di padroneggiare le innovazioni
tecnologiche e il mutamento incessante dell'organizzazione del
lavoro, sulla stessa possibilità di partecipazione cosciente alla
tutela della salute o all'educazione delle nuove generazioni. La
latitanza strutturale dello Stato sociale e delle stesse aziende
su questo versante ha significato una sistematica distruzione
delle possibilità future del paese, oltre che essere una
negazione in radice di una politica di promozione delle
opportunità e dell'istruzione come valore in sè. La sua carenza
condanna al fallimento la politica attiva del lavoro, le
politiche di risanamento e di prevenzione, le politiche di
riqualificazione tecnologica, trascurando che la risorsa umana
rappresenta, nell'epoca della mondializzazione dell'economia e
della mobilità incessante delle tecnologie e della ricerca,
l'asse centrale di un processo di valorizzazione e di sviluppo
qualitativamente in grado di produrre - e, quindi, di
redistribuire - la ricchezza.
L'analfabetismo ancora presente e la rilevanza di quello di
ritorno, l'imponenza dei fenomeni relativi all'abbandono
scolastico, sia a livello dell'obbligo, che ai livelli superiori
e universitari, l'obsolescenza del sistema formativo e il mancato
adeguamento della formazione nel corso della vita lavorativa,
impongono un ripensamento del sistema educativo e formativo. Ciò
anche in funzione del modellamento dei diritti della persona, i
cui tempi di vita, di formazione e di lavoro sono profondamente
mutati rispetto al passato.
Ripensare il sistema educativo e formativo è questione nazionale
prioritaria, insieme a una strutturazione del ciclo formazione-
ricerca-innovazione, che in Italia non ha mai conosciuto una
politica unitaria. Ciò a partire dalla scelta strategica della
formazione permanente, quale possibilità non teorica di fruire
dei saperi, aggiornare le proprie competenze, favorire un
interscambio di conoscenze fra scuole e sistema delle imprese,
mondo del lavoro, durante tutto il corso della propria vita.
Va realizzato in primo luogo un raccordo strutturale fra
ministeri della Pubblica istruzione, del Lavoro, dell'Università
e ricerca e Regioni, per orientare i diversi segmenti della
formazione verso un nuovo assetto di sistema coerente con la
prospettiva federalista e capace di riorganizzare radicalmente lo
stesso impianto della formazione professionale.
La centralità del sistema pubblico, in questo contesto, si
esprime in termini di regole pubbliche ed universali, volte a
garantire la qualità dei contenuti didattici, delle
professionalità impegnate e il rispetto di standard di livello
europeo; come capacità di essere la sede di un articolato
raccordo fra sistema scolastico, mondo del lavoro e delle
imprese, istituzioni locali e ambito sociale. La scuola deve
essere ripensata non più come istituzione dedicata essenzialmente
alla educazione giovanile ma come scuola per la cittadinanza,
quale che sia la sua età anagrafica: come laboratorio di prima
formazione, di aggiornamento, di arricchimento culturale e
professionale e per i programmi destinati ai genitori. In
sostanza, la formazione permanente non va pensata "accanto" ai
compiti storici della scuola e dell'università, ma come risposta
a una domanda che copre l'intero ciclo di vita.
Il primo obiettivo è l'elevazione dell'obbligo scolastico a
diciotto anni. Vanno inoltre attuati i princèpi di autonomia
della scuola quale espressione di autogoverno, di responsabilità
e di pluralismo culturale e didattico; proposta l'assunzione di
maggiori responsabilità e l'adozione di un codice deontologico da
parte dei docenti; introdotto un sistema valutativo in grado di
favorire la soddisfazione del nuovo patto formativo e il
raggiungimento degli obbiettivi d'istituto; spostata la
discussione dalle metodologie di insegnamento ai contenuti
dell'insegnamento stesso, coinvolgendo saperi esterni al mondo
della scuola; attuata la revisione dell'esperienza delle 150 ore
e la progettazione di cicli formativi per gli adulti in
cooperazione con altri soggetti; ricostruito un sistema di
partecipazione al governo della scuola, fondato sulla
ridefinizione dei diritti, dei poteri e delle responsabilità dei
diversi soggetti coinvolti, a partire dagli studenti; realizzata
la radicale trasformazione del ministero nella direzione di
organismi di indirizzo e orientamento, contestuale a un deciso
decentramento territoriale e a un ruolo centrale delle regioni.
In questo processo, le istituzioni debbono concorrere al
reperimento delle risorse necessarie, senza che venga meno la
funzione contributiva primaria dello Stato, anche di tipo
perequativo. L'autonomia non può significare trasformare in costo
individuale a carico della famiglia un servizio universale che è
ricchezza per l'intera società, nè può esporre la formazione e la
ricerca a un rapporto subalterno con il mercato.
3. Nuovi diritti e garanzie per il lavoro
Il processo di deregolamentazione del mercato del lavoro,
riconsegnando alla impresa la selezione discrezionale negli
ingressi e nelle uscite, cancella garanzie e tutele del lavoro
dipendente, permette il ricatto tra diritti e lavoro.
Cresce l'area del lavoro precario, dalla diffusione del lavoro
nero e del sotto salario alla moltiplicazione dei lavori a
termine e di ambigue forme di lavoro para subordinato, mentre il
sistema degli ammortizzatori sociali tutela in maniera
differenziata aree, settori e tipologie di lavoro e funziona non
come strumento di riqualificazione e reimpiego, ma come un grande
parcheggio tra lavoro e disoccupazione non assistita.
La crisi del modello fordista taylorista ha indebolito e
ridimensionato la figura del lavoratore standard che vi si
riferiva.
Sono state cause strutturali, globalizzazione dei mercati,
modernizzazione produttiva, innovazione tecnologica come anche
mutamenti indotti dalla composizione e qualità dell'offerta di
lavoro a mettere in crisi quel modello,
Finora gli esiti di questa crisi non hanno portato una mediazione
fra esigenze diverse della domanda e dell'offerta di lavoro, ma
hanno determinato precarizzazione degli accessi (complementare in
molti casi alla destrutturazione della prestazione) e
differenziazioni di tutele e garanzie, fino alla creazione di
ghetti senza diritti e soprattutto per i giovani e in particolare
al Sud dove rischia di farsi senso comune la necessità di una
scelta tra lavoro e diritti.
Oggi di fronte al dilemma tra una rigidità come difesa residuale
e una flessibilità subalterna alle ragioni dell'impresa, la
grande questione è se sia possibile una proposta innovativa di
modifica del lavoro nell'incontro/mediazione tra esigenze diverse
(e largamente conflittuali) e dentro una rete paritaria di
diritti e garanzie.
E una domanda di fondo: risposte diverse comportano per il
sindacato strategie complessive diverse.
Se la deregolamentazione del mercato del lavoro è inarrestabile,
se il lavoro non può che gerarchizzare, fino a negare, i diritti
nel lavoro e nella società, bisogna allora attivare strumenti che
attenuino la esclusione sociale e siano risarcitori rispetto alla
negazione/degrado del lavoro, da un certo uso della formazione
come riempitivo di spazi all'estensione di forme assistenziali
come il minimo garantito, fino a una concezione "compensativa"
delle pensioni.
Un'altra soluzione è invece la ridefinizione delle garanzie per
tutti i lavori, cioè una regolamentazione che definisca nuove
figure contrattuali ancorate a precise causali e fatte di diritti
e certezze.
Lo Statuto dei lavoratori che riferisce la normativa di tutela al
rapporto di lavoro, inteso come stabile e a tempo pieno, è stata
"aggirata" o ridotta dall'erosione di quel rapporto.
Ci troviamo di fronte a una legislazione sul mercato del lavoro
dilatata e frammentata non in corrispondenza con le prospettive
del mutamento del lavoro, ma tesa a un utilizzo dell'emergenza
per una diversificazione di diritti e garanzie e per
un'accentuata precarizzazione. Da qui il paradosso di un mercato
del lavoro sospeso tra sovraccarico di norme e
deregolamentazione, tra gestione centralistica e frammentazione
di interventi.
Bisogna proporre perciò un'operazione di ridislocazione
trasversale di garanzie, per l'insieme dei lavori eterodiretti
sul piano legislativo e perseguire insieme un'iniziativa di
contrattualizzazione di tutti i rapporti di lavoro.
Il mercato del lavoro va quindi riregolato attraverso una riforma
legislativa articolata su:
- il riordino degli accessi al lavoro
intorno all'asse della formazione e collegato a una definizione
selettiva degli incentivi: riordino che prevede un'articolazione
dei rapporti di lavoro, in una rete paritaria di diritti, come
risposta dinamica alle esigenze mutate della domanda e
dell'offerta;
- il rilancio dei lavori socialmente utili e la
loro trasformazione in progetti mirati allo sviluppo territoriale
del Sud, per rispondere a una massa di bisogni sociali
insoddisfatti e insieme determinare nuova occupazione, in
particolare giovanile e femminile;
- la riduzione, generale e
insieme articolata, e la riorganizzazione degli orari in modo da
tenere insieme "flessibilità" (meglio modulazione) di prestazione
e di accesso, facendo incontrare richieste della produzione ed
esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori;
- la revisione degli
ammortizzatori sociali e del sistema di sostegno al reddito in
direzione universalistica, pure in un'articolazione degli
interventi mirati alla continuità dei rapporti di lavoro, alla
salvaguardia delle competenze professionali, ai percorsi di
formazione-riqualificazione, al reimpiego; revisione in cui
acquistano importanza i contratti di solidarietà e l'indennità di
disoccupazione per lavori discontinui;
- il decentramento
istituzionale del mercato del lavoro che riconosca nelle regioni
il livello istituzionale e l'ambito territoriale più idoneo per
le politiche del lavoro e riconfermi un quadro nazionale dei
diritti e princèpi fondamentali uguali per tutti, insieme a una
ripartizione solidale delle risorse;
- la trasformazione del
collocamento pubblico in servizi per l'impiego, garantendo la
funzione sociale di certificazione e controllo.
La ridislocazione delle garanzie può essere assicurata superando
la dicotomia tra lavoro tipico e lavoro atipico e riconducendo,
cioè, tutti i rapporti di lavoro a un unico contratto nel quale
la definizione del termine - condizionato a causali precise o a
contratti di progetto per le prestazioni più qualificate - e/o
l'articolazione dei regimi orari si collochino comunque in una
rete uguale di diritti e tutele. In una tale ridefinizione
possono essere compresi anche i lavori cosiddetti di
collaborazione spostando l'accento dalla subordinazione personale
a quella tecnico-funzionale.
Dunque diritti e tutele di base non negoziabili hanno da
stabilire lo standard di base irrinunciabile per tutti i lavori,
che permetta una contrattazione tra le parti a partire dal loro
rispetto e che garantisca una strumentazione per l'emersione del
lavoro nero. Fondamentale per la lotta al lavoro nero - oltre che
per il riconoscimento di cittadinanza sociale - è la
regolarizzazione di tutti i lavoratori/lavoratrici immigrati/e
già nel nostro paese.
Altra questione che può condizionare positivamente il
funzionamento del mercato del lavoro è la regionalizzazione del
suo governo, sia per corrispondere a un'ipotesi di articolazione
democratica delle istituzioni sia per favorire una maggiore
capacità di intervento e direzione su processi "ravvicinati" di
occupazione e lavoro. Una scelta di questa portata comporta il
rafforzamento del ruolo di programmazione, sorveglianza e
controllo del collocamento pubblico. Funzionale a tale rilancio è
l'unificazione di tutti i servizi di osservatorio, di prima
formazione, di orientamento professionale, di promozione
dell'occupazione, di ispezione e di vigilanza sulle condizioni e
la sicurezza del lavoro, di controllo sul rispetto delle leggi
sanitarie e ambientali e sull'adempimento degli obblighi in
materia di contribuzione sociale, nell'ambito di Agenzie del
lavoro decentrate nel territorio, in grado, cioè di articolarsi,
sull'esempio di un fecondo esperimento condotto in alcune regioni
francesi, in vere e proprie "missioni locali" capaci di dialogare
con le diverse figure di cittadini in cerca di impiego e di
orientare, con professionalità, le loro scelte di formazione e di
occupazione.
4. La salute e la sanità
Per la sanità, occorre superare la falsa contrapposizione fra
pubblico e privato, in cui il secondo sarebbe efficiente; ciò
perchè già oggi la spesa pubblica è arrivata ad essere inferiore
alla spesa privata e non è più vero che in Italia si spende molto
rispetto agli altri paesi europei. Nè è generalizzabile il fatto
che si spende male, perchè in alcuni settori si spende meglio, ma
non in alcuni settori nevralgici. E dimostrato, inoltre, che
altri sistemi a privatizzazione pressochè generalizzata, come nel
caso degli Usa, comportano una maggiore spesa sanitaria pro-
capite. Ma soprattutto, considerando il tema della salute come
uno dei diritti essenziali della persona e della popolazione, la
scelta non può che essere quella di un'impostazione
universalistica, che garantisca un livello di prestazioni di base
accettabili e controllate, associato a un'attiva politica della
prevenzione.
Occorre partire dall'intreccio assoluto fra salute e sanità. La
salute (secondo l'Organizzazione mondiale della sanità) consiste
nell'assicurare una condizione di benessere psicofisico; essa,
quindi, non è circoscrivibile nel solo ambito sanitario. Cause
sociali, culturali e lavorative pesano in modo determinante sulla
necessità di ricorso alle prestazioni sanitarie e sulla
possibilità di usufruirne: l'informazione, la prevenzione (la
promozione), quindi, rappresentano il primo gradino per
assicurare quel diritto universale che è rappresentato dalla
salute. Poi, l'uguaglianza di accesso ai servizi e la loro
conoscenza - rappresentabili in un'organizzazione della domanda -
vanno difesi e realizzati effettivamente, anche attraverso
l'organizzazione sociale della capacità di scegliere.
L'organizzazione della domanda, peraltro, riguarda anche
l'accelerazione del processo di umanizzazione della sanità e la
possibilità di pensare a strumenti di controllo della qualità
nella prestazione dei servizi.
La razionalizzazione dell'offerta, quale terreno per ulteriori
risparmi dentro una spesa complessiva che non va compressa, vede
nella responsabilizzazione dei diversi soggetti che operano
nell'ambito sanitario la chiave risolutiva.
Ci si riferisce alla redistribuzione dei posti letto rispetto
alla situazione di surplus complessivo per alcune Regioni e al
deficit di altre, in rapporto allo standard previsto dalla legge,
mentre la diversificazione dell'offerta sul territorio ancora non
decolla. Ci si riferisce alla capacità di risposta rispetto alle
domande degli anziani, non solo nei confronti di patologie, ma
del bisogno di assistenza sanitaria legata all'età, alla
considerazione del nesso patologie-tipo di lavoro-tipo di
istruzione, nonchè del nesso fra la capacità di accesso ai
servizi, l'età e il grado di istruzione.
Responsabilizzazione dei soggetti e, quindi, recupero di risorse,
per quanto riguarda gli sprechi tuttora esistenti nelle
prescrizioni e nell'utilizzazione delle strutture per diagnosi
strumentali, nei ricoveri ospedalieri molte volte impropri, negli
interventi "inutili" ma di "largo consumo", attuando soluzioni
quali l'adozione di più completi protocolli terapeutici e,
magari, la definizione di linee-guida per i medici di base,
insieme alla standardizzazione della domanda pubblica e il
consorziamento dei centri di spesi per spuntare prezzi più
vantaggiosi.
Razionalizzazione della spesa e delle procedure,
sburocratizzazione del sistema, possono fornire risorse sia per
costituire un Fondo per gli investimenti, necessario per
intervenire in quelle strutture ove vi sia preminenza dei costi
sulle entrate al fine di fornire prestazioni più efficienti e
complete, sia per gestire i problemi di occupazione a rischio e
di mobilità del settore; sia per riorganizzare l'offerta in
rapporto alla tipologia della popolazione (distretti) e a
un'articolazione efficace del sistema sanitario. Da questo punto
di vista occorre portare a razionalità i rapporti fra la
struttura ospedaliera, il sistema polivalente a rete e la
specialistica fine, potenziando tutte le attività di
educazione/prevenzione. L'integrazione delle attività del Terzo
settore possiede, anche da questo punto di vista, una valenza
strategica.
5. La trasformazione del Welfare, terzo settore e servizio civile
Questi problemi e queste esigenze richiedono che venga affrontato
con un approccio completamente nuovo il tema ineludibile di una
trasformazione dello Stato sociale, a partire dalla conferma di
una sua necessità.
Il problema della trasformazione dello Stato sociale si pone come
un problema di risparmio nell'uso delle risorse della
collettività, contro lo spreco esistente in termini di mezzi
finanziari e di energie umane; come una questione di efficienza,
di fronte alle grandi disuguaglianze esistenti nella qualità dei
servizi sociali; come un problema di efficacia delle
articolazioni strutturali e delle capacità di risposte modulate
sulla domande e sui bisogni dei cittadini; come necessario
passaggio da uno Stato sociale che interviene nella vita
lavorativa con una attività sostanzialmente risarcitoria, a uno
Stato sociale che faccia della promozione della persona una
fondamentale opzione del proprio modo di operare. La realtà
sociale dice che una volta in pensione si può continuare a
lavorare sfruttando le abilità conseguite in una vita lavorativa,
oppure dedicarsi ad attività ad alto contenuto sociale, o
realizzare progetti coltivati e sempre rinviati, o riprendere un
percorso formativo. Durante il periodo lavorativo si deve avere
il diritto alla formazione continua, in azienda e nella scuola,
cosè come si ha quello di accantonare quote di previdenza, quale
che sia il lavoro svolto; nell'età giovanile, si ha diritto allo
studio, a un orientamento nel mondo del lavoro e a prestare un
servizio civile che assicuri anche quote di accantonamento
previdenziale.
Questo nuovo modello richiede una maggiore flessibilità, una
maggiore capacità di adattamento da parte del Welfare, una nuova
sensibilità nel percepire e rispondere ad esigenze sempre più
articolate e personalizzate, esso dovrebbe, in sostanza,
modellare la propria attività tenendo conto delle differenze
sociali, culturali, di genere, di condizione civile e anagrafiche
della popolazione. Ma se si tratta di sviluppare un'attività di
promozione per superare i condizionamenti economici, sociali e
culturali che impediscono il pieno dispiegarsi della persona e
che portano all'esclusione, allora solo un'integrazione fra le
istituzioni pubbliche e gli interventi della comunità possono
rispondere a queste esigenze in termini di efficacia e di costi
sostenibili. Le politiche del Welfare debbono essere
differenziate, perchè differenti sono le condizioni della
cittadinanza, in partenza e lungo tutto il corso della vita. Cosè
come occorre tenere conto del cambiamento della domanda di
prestazioni derivante dal mutamento sociale, come nel caso della
popolazione anziana.
Insomma, è stato stracciato il "velo di ignoranza", in base al
quale si presupponeva che lo Stato sociale potesse agire con il
criterio delle uguali probabilità di rischio di fronte alle
grandi incognite della vita: l'accesso all'istruzione e al
lavoro, la disoccupazione, la malattia, la vecchiaia in
condizioni di disagio. Il nuovo modello sociale che sta emergendo
richiede una trasformazione radicale del Welfare.
La Cgil è favorevole a una riorganizzazione dei servizi dello
Stato Sociale secondo modelli che prevedano anche esperienze di
welfare-mix e, quindi una partecipazione di diversi attori, come,
appunto imprese no-profit, cooperative sociali, imprese private
profit, accanto al ruolo centrale che deve mantenere il soggetto
pubblico, anche sul piano della gestione; e in questa
riorganizzazione, è ipotizzabile anche un'utile apertura a regole
di mercato regolato. Le condizioni generali da porre, in una tale
prospettiva, sono che questa non rappresenti la strada per una
decadenza ulteriore della qualità e della qualificazione dei
servizi stessi, ma anzi un'opportunità di una loro
riqualificazione.
Bisogna quindi vigilare affinchè attraverso la promozione del
terzo settore non vengano operate sostituzioni di prestazioni
pubbliche che comportino peggioramenti della qualità del servizio
e abbattimenti salariali di diritti e garanzie.
Per favorire il raggiungimento di tali obiettivi bisogna
soddisfare due esigenze che riteniamo strategiche.
Da un lato è necessario una profonda riorganizzazione e
sburocratizzazione degli stessi esercizi pubblici esistenti, in
base a criteri di efficacia nell'offerta di servizi nel rispetto
dei diritti e dei bisogni dei cittadini e delle opportunità di
accedervi; di efficienza nel fare i conti con la scarsità delle
risorse pubbliche disponibili; puntando quindi alla massima
valorizzazione del lavoro pubblico, delle sue professionalità,
delle sue motivazioni.
Dall'altro è necessario definire un nuovo quadro generale di
regole dove, riaffermata la centralità del carattere di bene
pubblico dell'insieme dei servizi di welfare, siano limpidi la
relazione fra i diversi protagonisti impegnati nell'offerta e
nella gestione dei servizi, gli obiettivi che ciascuno si
propone, gli obblighi a cui ciascuno deve impegnarsi.
Tale sistema di regole deve essere definito in modo trasparente
dal potere politico coinvolgendo le organizzazioni sindacali dei
lavoratori, e altre organizzazioni rappresentative dei cittadini;
coinvolgendo anche i soggetti gestori interessati, soprattutto
nella definizione delle metodologie di intervento e nella
programmazione dei servizi. In esso va prevista anche l'apertura
di logiche di mercato regolato, che consentano una selezione dei
soggetti che offrano servizi o progetti di servizi, non solo
sulla base dei costi ma anche e prevalentemente sulla base della
qualità delle metodologie, dei risultati, dell'organizzazione dei
servizi stessi.
A tal fine la definizione degli standard qualitativi minimi, e
dei livelli formativi necessari devono far parte integrante del
sistema di regole da definirsi.
A partire da queste considerazioni, la Cgil ritiene che sia
necessaria una regolamentazione complessiva del settore no-
profit, quale via maestra per una sua crescita, consolidamento,
qualificazione.
In primo luogo va regolamentato il rapporto di lavoro, anche
puntando a contratti nazionali che facciano uscire
definitivamente il settore da una condizione di "minorità", e
favorendo il consolidamento delle stesse organizzazioni
rappresentative delle imprese del settore.
Per questo ritiene che sia necessaria una legislazione generale
che delimiti e definisca, con più chiarezza, il settore no-profit
e consenta la sua regolamentazione più certa. Questo anche di
fronte alle carenze evidenti sia della legislazione nazionale,
sia di quelle regionali su tutti i terreni di incrocio tra
sviluppo e sostegno del terzo settore e welfare.
La Cgil crede inoltre che sarà necessario che il potere pubblico
promuova la costituzione di una rete di servizi a queste imprese
(da quelli formativi, a quelli fiscali, di consulenza gestionale
ecc.), e che si ponga, contemporaneamente, il problema di
controlli di qualità e di vigilanza sui servizi offerti. In
definitiva ritiene che la presenza contemporanea di
disoccupazione di massa e di grandi bisogni sociali
insoddisfatti, rappresenti un tragico paradosso. Lo sviluppo di
un'economia sociale fortemente strutturata può rappresentare una
parziale risposta ad entrambi gli aspetti del problema, quello di
un aumento dell'occupazione e quello della qualità sociale.
Perciò la Cgil ritiene necessario costruire un nuovo quadro
generale, dove l'economia sociale sia assunta come un elemento
importante di un nuovo modello di organizzazione sociale.
Il terreno su cui si può sviluppare una forte economia sociale è
molto ampio e può andare dalla ridefinizione dello Stato sociale,
al risanamento e alla qualità urbana, ai bisogni ambientali, ai
beni culturali e ai bisogni formativi, ecc.
Lo sviluppo dell'economia sociale richiede uno spostamento di
risorse dai settori dove l'aumento della produzione è ottenuta
prevalentemente con aumenti di produttività, a quelli dove è
ottenuta prevalentemente con l'aumento dell'occupazione. Dalla
produzione di beni privati, a quella di beni sociali.
E in questo contesto che va definito l'istituto del servizio
civile per tutti, uomini e donne, raccordato all'associazionismo
non orientato al profitto. Esso deve contemperare un'attività
formativa con il lavoro pratico, con l'indirizzo di impiego
prevalente in campo sociale, della prevenzione e dell'ambiente,
della pace e della solidarietà nazionale e internazionale. Il
servizio deve prevedere, secondo gli indirizzi europei, una
piccola remunerazione mensile, essere prestato fra i 18 e i 25
anni, ma deve anche prevedere una quota di accantonamento
figurativo previdenziale. In prospettiva, si può pensare che
l'anno di servizio potrebbe essere prestato in alternativa, con
un uso del tempo pro-quota, anche nell'età matura, magari
utilizzando la professionalità acquisita.
E con scelte strategiche di tale portata, tra l'altro, che è
possibile rinnovare il Welfare, attraverso una strumentazione che
dallo Stato investa la comunità nel suo complesso.
6. Riforma della contribuzione
Il primo passo di una riforma della contribuzione che concorra a
una maggiore trasparenza del finanziamento dello Stato sociale,
nel quadro di una politica effettiva di tutti i redditi, è
rappresentato da un intervento sul costo del lavoro.
Vanno modificati i criteri del prelievo contributivo, che non può
più gravare solo sul reddito da lavoro e sulle imprese. In
particolare, occorre trasferire le quote contributive dovute per
il Servizio sanitario nazionale alla fiscalità generale. La tassa
sulla salute va soppressa e finanziata allo stesso titolo. Questa
manovra, oltre che assegnare correttamente alla sfera fiscale un
gettito fino ad oggi finanziato impropriamente dal mondo del
lavoro, comporta un beneficio effettivo dal punto di vista della
competitività economica dell'impresa italiana. L'attuale livello
della spesa sanitaria può essere garantito attraverso
l'istituzione di un'imposta regionale sul valore aggiunto di
impresa (Irva), cosè da avvicinare il prelievo al controllo dei
cittadini.
Queste misure si collegano all'obbiettivo di una fiscalità equa
(come più avanti indicato) in grado di finanziare anche le
attività di promozione e di risarcimento del Welfare.
Sul versante pensionistico, è chiaro che il modello sociale dei
tre segmenti di vita e del loro intreccio, propone una
modulazione più adeguata, permettendo ad esempio forme miste fra
pensione e lavoro. In ogni caso, il nuovo modello derivante
dall'accordo del 1995, nel comportare la combinazione fra
previdenza pubblica e previdenza integrativa, andrà monitorato,
sia in rapporto alla esigenza di coprire meglio le situazioni
maggiormente esposte dal punto di vista del disagio, sia per
contemperare il principio contributivo e assicurativo con la
definizione di una quota strutturale del finanziamento che
annualmente lo Stato eroga al Fondo pensioni dei lavoratori
dipendenti gestito dall'Inps.
In questo contesto va riordinato il trattamento previdenziale
delle varie forme di lavoro a tempo determinato, ivi comprese le
loro forme più professionalizzate (come il "contratto di
progetto" per le prestazioni più qualificate), va considerato il
lavoro di cura e di educazione dei figli e vanno presi in conto i
periodi di disoccupazione involontaria: in modo di garantire
(intanto con una nuova regolamentazione dei contributi
figurativi) a quelle fasce di lavoratori che, per diverse
ragioni, sono più soggetto di altre all'occupazione discontinua,
una pensione che non si degradi a un reddito assistenziale di
sopravvivenza. Inoltre, i contributi figurativi vanno estesi alla
prestazione del Servizio civile.
Combinando la riforma fiscale, la lotta all'evasione fiscale e
contributiva e i risparmi di spesa, potrebbero essere disponibili
le risorse necessarie per costituire un Fondo generale di
solidarietà (anche attraverso un eventuale leggero incremento di
alcune aliquote), da utilizzare per una politica di intervento
sociale finalizzato non già ad erogazioni di reddito, ma alla
fornitura di servizi, da parte delle strutture pubbliche e del
terzo settore.
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