Cgil - Confederazione Generale Italiana del Lavoro XIII Congresso Nazionale Cgil
CGIL
Confederazione Generale Italiana del Lavoro
XIII Congresso Nazionale

IL NUOVO PROGRAMMA FONDAMENTALE DELLA CGIL


Capitolo V

Per una società più solidale


1. La crisi del Welfare

Lo Stato sociale è venuto configurandosi, dopo la grande crisi degli anni 20, come un modello sempre più complesso, costituito da articolazioni della cui interdipendenza ci si è accorti molto tardi: dal sistema educativo e formativo alle politiche attive del lavoro e alla promozione di nuova occupazione; dalla prevenzione e dalla tutela della salute alla previdenza e all'assistenza delle fasce più deboli della popolazione; dalle politiche contro l'esclusione sociale e civile alle politiche per il sostegno della famiglia; dalle politiche economiche finalizzate alla risoluzione di grandi problemi sociali, come l'abitazione, alla promozione delle pari opportunità, alla politica dei redditi.
Gli sconvolgimenti demografici, i mutamenti del mercato del lavoro, la crisi finanziaria e fiscale degli Stati costituiscono le radici della crisi di questo modello in tutti i paesi industrializzati. In questo quadro si è inserita una offensiva ideologica e politica di destra, tesa a destrutturare nei vari paesi lo Stato sociale, sulla base di una ipotesi di privatizzazione come forma centrale di lotta agli sprechi.
In Italia, come in molti altri paesi, lo Stato sociale si è storicamente costituito come Welfare "lavoristico" (legato cioè alla storia lavorativa del singolo, come le pensioni) e, in parte, "universalistico" (basato sull'essere cittadino di questo paese o di risiedervi, come la sanità), caratterizzato da una struttura prevalentemente settorialistica in relazione alle diverse modalità di finanziamento dei singoli comparti o alla diversa parte di cittadini che a cui sono destinati i singoli servizi o i meccanismi di redistribuzione del reddito.
Oggi è rimessa particolarmente in discussione l'impostazione lavoristica del nostro sistema di Welfare, nato come una assicurazione per i lavoratori dipendenti, considerati un universo omogeneo, con una concezione fordista della società e tayloristica dell'organizzazione della produzione da cui scaturisce una visione del rapporto di lavoro come rapporto a tempo indeterminato e per tutta la vita; una assicurazione, quindi, rispetto a rischi considerati uguali per tutti (malattia, infortunio, vecchiaia, disoccupazione, maternità).
La differenziazione e articolazione del mercato del lavoro e dei lavori, l'aumento delle insicurezze e delle disuguaglianze, i rischi di nuove forme di esclusione e povertà, la nascita di nuovi bisogni, rendono necessario ripensare un modello di Welfare molto diverso, che assuma un insieme di diritti universali come nuova base e ispirazione. Che non si limiti a forme di assicurazione uguali per tutti, per uguali rischi e un eventuale risarcimento dei danni, ma che si proponga di offrire a tutti opportunità di inserimento nel lavoro e nella società, attività di promozione, di inclusione sociale, di miglioramento delle condizioni di vita, in termini flessibili e adattabili alla differenziazione della domanda, privilegiando i più deboli, proponendo un riequilibrio reale delle opportunità.
In Italia inoltre vi è ulteriore aspetto della crisi particolarmente acuta dello Stato sociale: in un Welfare più recente e per qualche verso "incompiuto", metodi di gestione burocratici, assistenziali e clientelari hanno determinato distorsioni, inefficienze. Ma soprattutto la diffusa sensazione di uno scarto grave fra risorse investite e qualità dei sevizi e delle prestazioni offerte, a cui si intreccia una crisi di legittimazione determinata dalla tendenziale riduzione dell'universo dell'intervento, produttrice a sua volta di nuove disuguaglianze.
Mentre la gestione burocratica e centralizzata ha tolto ogni visibilità alle politiche di solidarietà e ha reso indecifrabili i trasferimenti di risorse, pesano sul Welfare italiano squilibri territoriali (soprattutto Nord-Sud) nella qualità e diffusione dei servizi e nei criteri della redistribuzione del reddito, al punto tale da configurare vere e proprie differenze nei diritti di cittadinanza.
In questo quadro d'insieme vanno visti alcuni fra i principali fattori di sconvolgimento dell'assetto del Welfare nel nostro paese.
In primo luogo, il progressivo aumento della vita media causato dai successi della medicina e dai cambiamenti economici e culturali avvenuti negli ultimi decenni, una popolazione anziana sempre più attiva a seguito dei mutamenti nel processo di invecchiamento, la continua flessione del tasso di natalità, hanno prodotto e stanno continuando a determinare una evoluzione assolutamente impensabile della situazione demografica e dei rapporti interni alla popolazione, solo parzialmente corretti dal fenomeno dell'immigrazione.
Inoltre le probabilità di durata della vita e la sua qualità non sono ugualmente distribuite tra la popolazione in relazione alla differenza fra i sessi, alla natura del lavoro prestato, al grado di istruzione, al possesso di strumenti culturali ed economici. Ne derivano disuguaglianze di opportunità nell'accesso ai servizi del Welfare e diritti alla pensione sostanzialmente diversi. Pertanto, non è più sostenibile uno Stato sociale fondato sul principio assicurativo e il problema è non solo quello della quantità di risorse erogate, ma di personalizzazione di sevizi in grado di recuperare, almeno tendenzialmente, le differenze di opportunità e le diversità dei bisogni.
Il Welfare nel nostro paese, come in Europa, si è basato su un modello sociale che assegnava al maschio adulto capofamiglia il lavoro produttivo e alla donna il lavoro domestico e di riproduzione sociale. Coerentemente, per alcune donne, che comunque sceglievano o erano costrette al lavoro (denominato, significativamente, extradomestico), vi erano leggi di tutela ad hoc o forme di lavoro specifiche.
Mentre, quindi, le donne presenti nel lavoro produttivo hanno dovuto attuare la strategia chiamata della "doppia presenza", l'insieme del lavoro del lavoro familiare e di cura non retribuito e svolto dalle donne è quello che ha abbassato il costo sociale del lavoro produttivo e, insieme, permesso i benefici del Welfare ai cittadini in quanto lavoratori.
L'ingresso delle donne nel mercato del lavoro ha messo in discussione il patto fondato sulla divisione sessuale dei ruoli e la rigidità del modello lavorativo e dell'organizzazione sociale, spingendo a ripensare la durata, le scansioni, l'organizzazione del lavoro, insieme ai tempi di vita e alla inadeguatezza strutturale dei servizi pubblici, in particolare di quelli alla persona. Ma ha soprattutto disvelato il valore strutturale del lavoro di cura nella determinazione del modello lavorativo e sociale.
L'impegno dei governi alla Conferenza Onu intergovernativa di Pechino alla misurazione economica del lavoro di cura impone che il ripensamento del Welfare come modello sociale (e modello lavorativo) non rimuova questo tema.

2. La cultura e la formazione per la persona e la cittadinanza

Il terzo fattore di crisi è quello dell'istruzione e della formazione. Esso incide sempre di più sulla qualità della vita, sulla capacità delle persone di padroneggiare le innovazioni tecnologiche e il mutamento incessante dell'organizzazione del lavoro, sulla stessa possibilità di partecipazione cosciente alla tutela della salute o all'educazione delle nuove generazioni. La latitanza strutturale dello Stato sociale e delle stesse aziende su questo versante ha significato una sistematica distruzione delle possibilità future del paese, oltre che essere una negazione in radice di una politica di promozione delle opportunità e dell'istruzione come valore in sè. La sua carenza condanna al fallimento la politica attiva del lavoro, le politiche di risanamento e di prevenzione, le politiche di riqualificazione tecnologica, trascurando che la risorsa umana rappresenta, nell'epoca della mondializzazione dell'economia e della mobilità incessante delle tecnologie e della ricerca, l'asse centrale di un processo di valorizzazione e di sviluppo qualitativamente in grado di produrre - e, quindi, di redistribuire - la ricchezza.
L'analfabetismo ancora presente e la rilevanza di quello di ritorno, l'imponenza dei fenomeni relativi all'abbandono scolastico, sia a livello dell'obbligo, che ai livelli superiori e universitari, l'obsolescenza del sistema formativo e il mancato adeguamento della formazione nel corso della vita lavorativa, impongono un ripensamento del sistema educativo e formativo. Ciò anche in funzione del modellamento dei diritti della persona, i cui tempi di vita, di formazione e di lavoro sono profondamente mutati rispetto al passato.
Ripensare il sistema educativo e formativo è questione nazionale prioritaria, insieme a una strutturazione del ciclo formazione- ricerca-innovazione, che in Italia non ha mai conosciuto una politica unitaria. Ciò a partire dalla scelta strategica della formazione permanente, quale possibilità non teorica di fruire dei saperi, aggiornare le proprie competenze, favorire un interscambio di conoscenze fra scuole e sistema delle imprese, mondo del lavoro, durante tutto il corso della propria vita.
Va realizzato in primo luogo un raccordo strutturale fra ministeri della Pubblica istruzione, del Lavoro, dell'Università e ricerca e Regioni, per orientare i diversi segmenti della formazione verso un nuovo assetto di sistema coerente con la prospettiva federalista e capace di riorganizzare radicalmente lo stesso impianto della formazione professionale.
La centralità del sistema pubblico, in questo contesto, si esprime in termini di regole pubbliche ed universali, volte a garantire la qualità dei contenuti didattici, delle professionalità impegnate e il rispetto di standard di livello europeo; come capacità di essere la sede di un articolato raccordo fra sistema scolastico, mondo del lavoro e delle imprese, istituzioni locali e ambito sociale. La scuola deve essere ripensata non più come istituzione dedicata essenzialmente alla educazione giovanile ma come scuola per la cittadinanza, quale che sia la sua età anagrafica: come laboratorio di prima formazione, di aggiornamento, di arricchimento culturale e professionale e per i programmi destinati ai genitori. In sostanza, la formazione permanente non va pensata "accanto" ai compiti storici della scuola e dell'università, ma come risposta a una domanda che copre l'intero ciclo di vita.
Il primo obiettivo è l'elevazione dell'obbligo scolastico a diciotto anni. Vanno inoltre attuati i princèpi di autonomia della scuola quale espressione di autogoverno, di responsabilità e di pluralismo culturale e didattico; proposta l'assunzione di maggiori responsabilità e l'adozione di un codice deontologico da parte dei docenti; introdotto un sistema valutativo in grado di favorire la soddisfazione del nuovo patto formativo e il raggiungimento degli obbiettivi d'istituto; spostata la discussione dalle metodologie di insegnamento ai contenuti dell'insegnamento stesso, coinvolgendo saperi esterni al mondo della scuola; attuata la revisione dell'esperienza delle 150 ore e la progettazione di cicli formativi per gli adulti in cooperazione con altri soggetti; ricostruito un sistema di partecipazione al governo della scuola, fondato sulla ridefinizione dei diritti, dei poteri e delle responsabilità dei diversi soggetti coinvolti, a partire dagli studenti; realizzata la radicale trasformazione del ministero nella direzione di organismi di indirizzo e orientamento, contestuale a un deciso decentramento territoriale e a un ruolo centrale delle regioni. In questo processo, le istituzioni debbono concorrere al reperimento delle risorse necessarie, senza che venga meno la funzione contributiva primaria dello Stato, anche di tipo perequativo. L'autonomia non può significare trasformare in costo individuale a carico della famiglia un servizio universale che è ricchezza per l'intera società, nè può esporre la formazione e la ricerca a un rapporto subalterno con il mercato.

3. Nuovi diritti e garanzie per il lavoro

Il processo di deregolamentazione del mercato del lavoro, riconsegnando alla impresa la selezione discrezionale negli ingressi e nelle uscite, cancella garanzie e tutele del lavoro dipendente, permette il ricatto tra diritti e lavoro.
Cresce l'area del lavoro precario, dalla diffusione del lavoro nero e del sotto salario alla moltiplicazione dei lavori a termine e di ambigue forme di lavoro para subordinato, mentre il sistema degli ammortizzatori sociali tutela in maniera differenziata aree, settori e tipologie di lavoro e funziona non come strumento di riqualificazione e reimpiego, ma come un grande parcheggio tra lavoro e disoccupazione non assistita.
La crisi del modello fordista taylorista ha indebolito e ridimensionato la figura del lavoratore standard che vi si riferiva.
Sono state cause strutturali, globalizzazione dei mercati, modernizzazione produttiva, innovazione tecnologica come anche mutamenti indotti dalla composizione e qualità dell'offerta di lavoro a mettere in crisi quel modello,
Finora gli esiti di questa crisi non hanno portato una mediazione fra esigenze diverse della domanda e dell'offerta di lavoro, ma hanno determinato precarizzazione degli accessi (complementare in molti casi alla destrutturazione della prestazione) e differenziazioni di tutele e garanzie, fino alla creazione di ghetti senza diritti e soprattutto per i giovani e in particolare al Sud dove rischia di farsi senso comune la necessità di una scelta tra lavoro e diritti.
Oggi di fronte al dilemma tra una rigidità come difesa residuale e una flessibilità subalterna alle ragioni dell'impresa, la grande questione è se sia possibile una proposta innovativa di modifica del lavoro nell'incontro/mediazione tra esigenze diverse (e largamente conflittuali) e dentro una rete paritaria di diritti e garanzie.
E una domanda di fondo: risposte diverse comportano per il sindacato strategie complessive diverse.
Se la deregolamentazione del mercato del lavoro è inarrestabile, se il lavoro non può che gerarchizzare, fino a negare, i diritti nel lavoro e nella società, bisogna allora attivare strumenti che attenuino la esclusione sociale e siano risarcitori rispetto alla negazione/degrado del lavoro, da un certo uso della formazione come riempitivo di spazi all'estensione di forme assistenziali come il minimo garantito, fino a una concezione "compensativa" delle pensioni.
Un'altra soluzione è invece la ridefinizione delle garanzie per tutti i lavori, cioè una regolamentazione che definisca nuove figure contrattuali ancorate a precise causali e fatte di diritti e certezze.
Lo Statuto dei lavoratori che riferisce la normativa di tutela al rapporto di lavoro, inteso come stabile e a tempo pieno, è stata "aggirata" o ridotta dall'erosione di quel rapporto.
Ci troviamo di fronte a una legislazione sul mercato del lavoro dilatata e frammentata non in corrispondenza con le prospettive del mutamento del lavoro, ma tesa a un utilizzo dell'emergenza per una diversificazione di diritti e garanzie e per un'accentuata precarizzazione. Da qui il paradosso di un mercato del lavoro sospeso tra sovraccarico di norme e deregolamentazione, tra gestione centralistica e frammentazione di interventi.
Bisogna proporre perciò un'operazione di ridislocazione trasversale di garanzie, per l'insieme dei lavori eterodiretti sul piano legislativo e perseguire insieme un'iniziativa di contrattualizzazione di tutti i rapporti di lavoro.
Il mercato del lavoro va quindi riregolato attraverso una riforma legislativa articolata su: La ridislocazione delle garanzie può essere assicurata superando la dicotomia tra lavoro tipico e lavoro atipico e riconducendo, cioè, tutti i rapporti di lavoro a un unico contratto nel quale la definizione del termine - condizionato a causali precise o a contratti di progetto per le prestazioni più qualificate - e/o l'articolazione dei regimi orari si collochino comunque in una rete uguale di diritti e tutele. In una tale ridefinizione possono essere compresi anche i lavori cosiddetti di collaborazione spostando l'accento dalla subordinazione personale a quella tecnico-funzionale.
Dunque diritti e tutele di base non negoziabili hanno da stabilire lo standard di base irrinunciabile per tutti i lavori, che permetta una contrattazione tra le parti a partire dal loro rispetto e che garantisca una strumentazione per l'emersione del lavoro nero. Fondamentale per la lotta al lavoro nero - oltre che per il riconoscimento di cittadinanza sociale - è la regolarizzazione di tutti i lavoratori/lavoratrici immigrati/e già nel nostro paese.
Altra questione che può condizionare positivamente il funzionamento del mercato del lavoro è la regionalizzazione del suo governo, sia per corrispondere a un'ipotesi di articolazione democratica delle istituzioni sia per favorire una maggiore capacità di intervento e direzione su processi "ravvicinati" di occupazione e lavoro. Una scelta di questa portata comporta il rafforzamento del ruolo di programmazione, sorveglianza e controllo del collocamento pubblico. Funzionale a tale rilancio è l'unificazione di tutti i servizi di osservatorio, di prima formazione, di orientamento professionale, di promozione dell'occupazione, di ispezione e di vigilanza sulle condizioni e la sicurezza del lavoro, di controllo sul rispetto delle leggi sanitarie e ambientali e sull'adempimento degli obblighi in materia di contribuzione sociale, nell'ambito di Agenzie del lavoro decentrate nel territorio, in grado, cioè di articolarsi, sull'esempio di un fecondo esperimento condotto in alcune regioni francesi, in vere e proprie "missioni locali" capaci di dialogare con le diverse figure di cittadini in cerca di impiego e di orientare, con professionalità, le loro scelte di formazione e di occupazione.

4. La salute e la sanità

Per la sanità, occorre superare la falsa contrapposizione fra pubblico e privato, in cui il secondo sarebbe efficiente; ciò perchè già oggi la spesa pubblica è arrivata ad essere inferiore alla spesa privata e non è più vero che in Italia si spende molto rispetto agli altri paesi europei. Nè è generalizzabile il fatto che si spende male, perchè in alcuni settori si spende meglio, ma non in alcuni settori nevralgici. E dimostrato, inoltre, che altri sistemi a privatizzazione pressochè generalizzata, come nel caso degli Usa, comportano una maggiore spesa sanitaria pro- capite. Ma soprattutto, considerando il tema della salute come uno dei diritti essenziali della persona e della popolazione, la scelta non può che essere quella di un'impostazione universalistica, che garantisca un livello di prestazioni di base accettabili e controllate, associato a un'attiva politica della prevenzione.
Occorre partire dall'intreccio assoluto fra salute e sanità. La salute (secondo l'Organizzazione mondiale della sanità) consiste nell'assicurare una condizione di benessere psicofisico; essa, quindi, non è circoscrivibile nel solo ambito sanitario. Cause sociali, culturali e lavorative pesano in modo determinante sulla necessità di ricorso alle prestazioni sanitarie e sulla possibilità di usufruirne: l'informazione, la prevenzione (la promozione), quindi, rappresentano il primo gradino per assicurare quel diritto universale che è rappresentato dalla salute. Poi, l'uguaglianza di accesso ai servizi e la loro conoscenza - rappresentabili in un'organizzazione della domanda - vanno difesi e realizzati effettivamente, anche attraverso l'organizzazione sociale della capacità di scegliere. L'organizzazione della domanda, peraltro, riguarda anche l'accelerazione del processo di umanizzazione della sanità e la possibilità di pensare a strumenti di controllo della qualità nella prestazione dei servizi.
La razionalizzazione dell'offerta, quale terreno per ulteriori risparmi dentro una spesa complessiva che non va compressa, vede nella responsabilizzazione dei diversi soggetti che operano nell'ambito sanitario la chiave risolutiva.
Ci si riferisce alla redistribuzione dei posti letto rispetto alla situazione di surplus complessivo per alcune Regioni e al deficit di altre, in rapporto allo standard previsto dalla legge, mentre la diversificazione dell'offerta sul territorio ancora non decolla. Ci si riferisce alla capacità di risposta rispetto alle domande degli anziani, non solo nei confronti di patologie, ma del bisogno di assistenza sanitaria legata all'età, alla considerazione del nesso patologie-tipo di lavoro-tipo di istruzione, nonchè del nesso fra la capacità di accesso ai servizi, l'età e il grado di istruzione.
Responsabilizzazione dei soggetti e, quindi, recupero di risorse, per quanto riguarda gli sprechi tuttora esistenti nelle prescrizioni e nell'utilizzazione delle strutture per diagnosi strumentali, nei ricoveri ospedalieri molte volte impropri, negli interventi "inutili" ma di "largo consumo", attuando soluzioni quali l'adozione di più completi protocolli terapeutici e, magari, la definizione di linee-guida per i medici di base, insieme alla standardizzazione della domanda pubblica e il consorziamento dei centri di spesi per spuntare prezzi più vantaggiosi.
Razionalizzazione della spesa e delle procedure, sburocratizzazione del sistema, possono fornire risorse sia per costituire un Fondo per gli investimenti, necessario per intervenire in quelle strutture ove vi sia preminenza dei costi sulle entrate al fine di fornire prestazioni più efficienti e complete, sia per gestire i problemi di occupazione a rischio e di mobilità del settore; sia per riorganizzare l'offerta in rapporto alla tipologia della popolazione (distretti) e a un'articolazione efficace del sistema sanitario. Da questo punto di vista occorre portare a razionalità i rapporti fra la struttura ospedaliera, il sistema polivalente a rete e la specialistica fine, potenziando tutte le attività di educazione/prevenzione. L'integrazione delle attività del Terzo settore possiede, anche da questo punto di vista, una valenza strategica.

5. La trasformazione del Welfare, terzo settore e servizio civile

Questi problemi e queste esigenze richiedono che venga affrontato con un approccio completamente nuovo il tema ineludibile di una trasformazione dello Stato sociale, a partire dalla conferma di una sua necessità.
Il problema della trasformazione dello Stato sociale si pone come un problema di risparmio nell'uso delle risorse della collettività, contro lo spreco esistente in termini di mezzi finanziari e di energie umane; come una questione di efficienza, di fronte alle grandi disuguaglianze esistenti nella qualità dei servizi sociali; come un problema di efficacia delle articolazioni strutturali e delle capacità di risposte modulate sulla domande e sui bisogni dei cittadini; come necessario passaggio da uno Stato sociale che interviene nella vita lavorativa con una attività sostanzialmente risarcitoria, a uno Stato sociale che faccia della promozione della persona una fondamentale opzione del proprio modo di operare. La realtà sociale dice che una volta in pensione si può continuare a lavorare sfruttando le abilità conseguite in una vita lavorativa, oppure dedicarsi ad attività ad alto contenuto sociale, o realizzare progetti coltivati e sempre rinviati, o riprendere un percorso formativo. Durante il periodo lavorativo si deve avere il diritto alla formazione continua, in azienda e nella scuola, cosè come si ha quello di accantonare quote di previdenza, quale che sia il lavoro svolto; nell'età giovanile, si ha diritto allo studio, a un orientamento nel mondo del lavoro e a prestare un servizio civile che assicuri anche quote di accantonamento previdenziale.
Questo nuovo modello richiede una maggiore flessibilità, una maggiore capacità di adattamento da parte del Welfare, una nuova sensibilità nel percepire e rispondere ad esigenze sempre più articolate e personalizzate, esso dovrebbe, in sostanza, modellare la propria attività tenendo conto delle differenze sociali, culturali, di genere, di condizione civile e anagrafiche della popolazione. Ma se si tratta di sviluppare un'attività di promozione per superare i condizionamenti economici, sociali e culturali che impediscono il pieno dispiegarsi della persona e che portano all'esclusione, allora solo un'integrazione fra le istituzioni pubbliche e gli interventi della comunità possono rispondere a queste esigenze in termini di efficacia e di costi sostenibili. Le politiche del Welfare debbono essere differenziate, perchè differenti sono le condizioni della cittadinanza, in partenza e lungo tutto il corso della vita. Cosè come occorre tenere conto del cambiamento della domanda di prestazioni derivante dal mutamento sociale, come nel caso della popolazione anziana.
Insomma, è stato stracciato il "velo di ignoranza", in base al quale si presupponeva che lo Stato sociale potesse agire con il criterio delle uguali probabilità di rischio di fronte alle grandi incognite della vita: l'accesso all'istruzione e al lavoro, la disoccupazione, la malattia, la vecchiaia in condizioni di disagio. Il nuovo modello sociale che sta emergendo richiede una trasformazione radicale del Welfare.
La Cgil è favorevole a una riorganizzazione dei servizi dello Stato Sociale secondo modelli che prevedano anche esperienze di welfare-mix e, quindi una partecipazione di diversi attori, come, appunto imprese no-profit, cooperative sociali, imprese private profit, accanto al ruolo centrale che deve mantenere il soggetto pubblico, anche sul piano della gestione; e in questa riorganizzazione, è ipotizzabile anche un'utile apertura a regole di mercato regolato. Le condizioni generali da porre, in una tale prospettiva, sono che questa non rappresenti la strada per una decadenza ulteriore della qualità e della qualificazione dei servizi stessi, ma anzi un'opportunità di una loro riqualificazione.
Bisogna quindi vigilare affinchè attraverso la promozione del terzo settore non vengano operate sostituzioni di prestazioni pubbliche che comportino peggioramenti della qualità del servizio e abbattimenti salariali di diritti e garanzie.
Per favorire il raggiungimento di tali obiettivi bisogna soddisfare due esigenze che riteniamo strategiche.
Da un lato è necessario una profonda riorganizzazione e sburocratizzazione degli stessi esercizi pubblici esistenti, in base a criteri di efficacia nell'offerta di servizi nel rispetto dei diritti e dei bisogni dei cittadini e delle opportunità di accedervi; di efficienza nel fare i conti con la scarsità delle risorse pubbliche disponibili; puntando quindi alla massima valorizzazione del lavoro pubblico, delle sue professionalità, delle sue motivazioni.
Dall'altro è necessario definire un nuovo quadro generale di regole dove, riaffermata la centralità del carattere di bene pubblico dell'insieme dei servizi di welfare, siano limpidi la relazione fra i diversi protagonisti impegnati nell'offerta e nella gestione dei servizi, gli obiettivi che ciascuno si propone, gli obblighi a cui ciascuno deve impegnarsi.
Tale sistema di regole deve essere definito in modo trasparente dal potere politico coinvolgendo le organizzazioni sindacali dei lavoratori, e altre organizzazioni rappresentative dei cittadini; coinvolgendo anche i soggetti gestori interessati, soprattutto nella definizione delle metodologie di intervento e nella programmazione dei servizi. In esso va prevista anche l'apertura di logiche di mercato regolato, che consentano una selezione dei soggetti che offrano servizi o progetti di servizi, non solo sulla base dei costi ma anche e prevalentemente sulla base della qualità delle metodologie, dei risultati, dell'organizzazione dei servizi stessi.
A tal fine la definizione degli standard qualitativi minimi, e dei livelli formativi necessari devono far parte integrante del sistema di regole da definirsi.
A partire da queste considerazioni, la Cgil ritiene che sia necessaria una regolamentazione complessiva del settore no- profit, quale via maestra per una sua crescita, consolidamento, qualificazione.
In primo luogo va regolamentato il rapporto di lavoro, anche puntando a contratti nazionali che facciano uscire definitivamente il settore da una condizione di "minorità", e favorendo il consolidamento delle stesse organizzazioni rappresentative delle imprese del settore.
Per questo ritiene che sia necessaria una legislazione generale che delimiti e definisca, con più chiarezza, il settore no-profit e consenta la sua regolamentazione più certa. Questo anche di fronte alle carenze evidenti sia della legislazione nazionale, sia di quelle regionali su tutti i terreni di incrocio tra sviluppo e sostegno del terzo settore e welfare.
La Cgil crede inoltre che sarà necessario che il potere pubblico promuova la costituzione di una rete di servizi a queste imprese (da quelli formativi, a quelli fiscali, di consulenza gestionale ecc.), e che si ponga, contemporaneamente, il problema di controlli di qualità e di vigilanza sui servizi offerti. In definitiva ritiene che la presenza contemporanea di disoccupazione di massa e di grandi bisogni sociali insoddisfatti, rappresenti un tragico paradosso. Lo sviluppo di un'economia sociale fortemente strutturata può rappresentare una parziale risposta ad entrambi gli aspetti del problema, quello di un aumento dell'occupazione e quello della qualità sociale. Perciò la Cgil ritiene necessario costruire un nuovo quadro generale, dove l'economia sociale sia assunta come un elemento importante di un nuovo modello di organizzazione sociale.
Il terreno su cui si può sviluppare una forte economia sociale è molto ampio e può andare dalla ridefinizione dello Stato sociale, al risanamento e alla qualità urbana, ai bisogni ambientali, ai beni culturali e ai bisogni formativi, ecc.
Lo sviluppo dell'economia sociale richiede uno spostamento di risorse dai settori dove l'aumento della produzione è ottenuta prevalentemente con aumenti di produttività, a quelli dove è ottenuta prevalentemente con l'aumento dell'occupazione. Dalla produzione di beni privati, a quella di beni sociali. E in questo contesto che va definito l'istituto del servizio civile per tutti, uomini e donne, raccordato all'associazionismo non orientato al profitto. Esso deve contemperare un'attività formativa con il lavoro pratico, con l'indirizzo di impiego prevalente in campo sociale, della prevenzione e dell'ambiente, della pace e della solidarietà nazionale e internazionale. Il servizio deve prevedere, secondo gli indirizzi europei, una piccola remunerazione mensile, essere prestato fra i 18 e i 25 anni, ma deve anche prevedere una quota di accantonamento figurativo previdenziale. In prospettiva, si può pensare che l'anno di servizio potrebbe essere prestato in alternativa, con un uso del tempo pro-quota, anche nell'età matura, magari utilizzando la professionalità acquisita.
E con scelte strategiche di tale portata, tra l'altro, che è possibile rinnovare il Welfare, attraverso una strumentazione che dallo Stato investa la comunità nel suo complesso.

6. Riforma della contribuzione

Il primo passo di una riforma della contribuzione che concorra a una maggiore trasparenza del finanziamento dello Stato sociale, nel quadro di una politica effettiva di tutti i redditi, è rappresentato da un intervento sul costo del lavoro.
Vanno modificati i criteri del prelievo contributivo, che non può più gravare solo sul reddito da lavoro e sulle imprese. In particolare, occorre trasferire le quote contributive dovute per il Servizio sanitario nazionale alla fiscalità generale. La tassa sulla salute va soppressa e finanziata allo stesso titolo. Questa manovra, oltre che assegnare correttamente alla sfera fiscale un gettito fino ad oggi finanziato impropriamente dal mondo del lavoro, comporta un beneficio effettivo dal punto di vista della competitività economica dell'impresa italiana. L'attuale livello della spesa sanitaria può essere garantito attraverso l'istituzione di un'imposta regionale sul valore aggiunto di impresa (Irva), cosè da avvicinare il prelievo al controllo dei cittadini.
Queste misure si collegano all'obbiettivo di una fiscalità equa (come più avanti indicato) in grado di finanziare anche le attività di promozione e di risarcimento del Welfare. Sul versante pensionistico, è chiaro che il modello sociale dei tre segmenti di vita e del loro intreccio, propone una modulazione più adeguata, permettendo ad esempio forme miste fra pensione e lavoro. In ogni caso, il nuovo modello derivante dall'accordo del 1995, nel comportare la combinazione fra previdenza pubblica e previdenza integrativa, andrà monitorato, sia in rapporto alla esigenza di coprire meglio le situazioni maggiormente esposte dal punto di vista del disagio, sia per contemperare il principio contributivo e assicurativo con la definizione di una quota strutturale del finanziamento che annualmente lo Stato eroga al Fondo pensioni dei lavoratori dipendenti gestito dall'Inps.
In questo contesto va riordinato il trattamento previdenziale delle varie forme di lavoro a tempo determinato, ivi comprese le loro forme più professionalizzate (come il "contratto di progetto" per le prestazioni più qualificate), va considerato il lavoro di cura e di educazione dei figli e vanno presi in conto i periodi di disoccupazione involontaria: in modo di garantire (intanto con una nuova regolamentazione dei contributi figurativi) a quelle fasce di lavoratori che, per diverse ragioni, sono più soggetto di altre all'occupazione discontinua, una pensione che non si degradi a un reddito assistenziale di sopravvivenza. Inoltre, i contributi figurativi vanno estesi alla prestazione del Servizio civile.
Combinando la riforma fiscale, la lotta all'evasione fiscale e contributiva e i risparmi di spesa, potrebbero essere disponibili le risorse necessarie per costituire un Fondo generale di solidarietà (anche attraverso un eventuale leggero incremento di alcune aliquote), da utilizzare per una politica di intervento sociale finalizzato non già ad erogazioni di reddito, ma alla fornitura di servizi, da parte delle strutture pubbliche e del terzo settore.


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