Cgil - Confederazione Generale Italiana del Lavoro XIII Congresso Nazionale Cgil
CGIL
Confederazione Generale Italiana del Lavoro
XIII Congresso Nazionale

IL NUOVO PROGRAMMA FONDAMENTALE DELLA CGIL


Capitolo IV

Mercato del lavoro, tempi e orari di lavoro: una nuova dimensione della politica industriale e dell'occupazione.


1. Mercato del lavoro e flessibilità

Mentre sembra tramontato il binomio crescita economica crescita occupazionale, è oggi in crisi profonda il modello di lavoro standard (tempo indeterminato, 8 ore per 5 giorni, per 48 settimane, fino alla pensione). Com'è in crisi il modello sociale di riferimento, costruito sulla centralità del lavoro e del reddito del maschio adulto capofamiglia, che garantiva ai figli l'attesa di un lavoro, e scaricava sulle donne il peso del lavoro riproduttivo sociale. Cosè come non regge più la sequenza di ciclo vitale scandito da studio-lavoro-famiglia-pensione.
Nuove forme di organizzazione di organizzazione produttiva, tempi di realizzazione rigidamente correlati al mercato, decentramento di attività, nuove tecnologie informatiche determinano la forte richiesta di nuove flessibilità temporali e spaziali del lavoro.
Ma anche l'offerta di lavoro si è modificata per dimensione e caratteristiche. Decisiva è stata la rivoluzione femminile del mercato del lavoro, che ha rimesso in discussione il patto sociale basato sulla divisione sessuale dei ruoli. Tra le nuove generazioni poi, anche in relazione a livelli di scolarizzazione più diffusi ed elevati, sono spesso presenti maggiori disponibilità a rapporti di lavoro limitati nel tempo, funzionali a proseguire percorsi formativi o in attesa di un lavoro scelto.
Le esigenze diverse della domanda e dell'offerta di lavoro non hanno trovato un punto di equilibrio in un nuovo modello di lavoro, mentre le risposte alla crisi hanno tenuto conto prevalentemente delle richieste del mercato. Hanno prevalso cioè le ragioni miopi di quelle imprese le quali, in nome della competitività, perseguono bassi salari e compressione dei diritti, e non scommettono sulla qualità del lavoro. Precarizzazione degli accessi, destrutturazione della prestazione, differenziazione di tutele e garanzie: è stata questa la ricetta della flessibilità che ha prevalso.
In Italia vi sono tendenze sempre più gravi nel mercato del lavoro, a cominciare dal divario crescente tra Nord e Sud su tutti gli aspetti di sofferenza, primo fra tutti la quantità e qualità dell'occupazione. Accanto a questo si diffondono e si estendono i fenomeni di precariato, lavoro nero, irregolare, sottopagato; esclusione e precarizzazione del lavoro giovanile; bassi tassi di occupazione femminile e segregazione nei contratti atipici; espulsione anticipata di soggetti anziani a bassa qualificazione; utilizzo di immigrate/i in lavori interstiziali o svalorizzati.
Il lavoro nero, tradizionalmente presente in agricoltura, edilizia, terziario penetra sempre più anche nell'industria e nel terziario avanzato; dal Sud, dove è diffusissimo, si estende al Centro-Nord.
Alla stragrande maggioranza di questi lavoratori sono negati diritti e tutele elementari, sia sul piano salariale e sindacale, sia su quello sociale e previdenziale. Oltre alla massiccia evasione fiscale e contributiva, conseguenze negative si aprono sul fronte di una concorrenza al ribasso tra lavoratori dipendenti; ma anche in una distorsione della concorrenza tra le imprese. Spesso si è di fronte a intrecci perversi con la criminalità organizzata.
Tre fattori sono alla base del processo di deregolamentazione: le politiche imprenditoriali del lavoro "usa e getta"; l'iniziativa legislativa dei governi; la latitanza della contrattazione sindacale soprattutto sugli accessi al lavoro.
Come in altri paesi europei la flessibilizzazione selvaggia degli accessi è stata ininfluente sui livelli complessivi di occupazione e ha avuto conseguenze negative attraverso effetti di sostituzione (giovane/anziano, precario/garantito). Inoltre la flessibilità ha avuto un impatto diverso di genere: per il lavoro maschile maggior espulsione degli anziani, riduzione dell'occupazione, aumento di carichi di lavoro, aumento di turni e straordinari, intrecciati con cassa integrazione (dove è utilizzabile); estensione di occupazione discontinua e atipica per i comparti a prevalenza femminile.
La legislazione è stata uno strumento decisivo della precarizzazione del lavoro favorendo indirettamente anche la diffusione del lavoro nero, con l'indebolimento delle garanzie e delle tutele. Nuovi istituti, norme in deroga, moltiplicazione dei rapporti di lavoro a termine ecc., mentre si svuotava la funzione di certificazione e controllo del collocamento pubblico e si depotenziavano gli ispettorati del lavoro. Insieme, ben poco si faceva per potenziare l'efficacia di strumenti di intervento attivo sul mercato del lavoro.
Il sindacato ha colto con molto ritardo la portata e il carattere delle trasformazioni in atto, oscillando tra una difesa residuale della vecchia codificazione e una pratica negoziale che legittimava la frantumazione di stati giuridici e diritti.
La Cgil oggi ritiene necessaria una nuova regolazione del mercato del lavoro che superi l'alternativa tra rigidità come residuato e flessibilità come deregolamentazione, attraverso un'ipotesi capace di ridistribuire risorse e opportunità occupazionali, dando nuovo valore ai lavori, con l'obiettivo di offrire un lavoro minimo a tutti, nella prospettiva di un lavoro scelto per tutte/i, promosso con una pluralità di strumenti.
La Cgil ritiene che una nuova regolazione del mercato del lavoro sia un terreno decisivo, per un sindacato generale che si deve proporre di coniugare diritti e solidarietà e di estendere all'insieme dei lavori la propria rappresentatività sociale. In questo senso la Cgil assume come prioritaria una proposta che ridefinisca diritti universali non negoziabili nell'accesso al lavoro e nel lavoro, garantendo e promuovendo pari opportunità nel loro esercizio.
La Cgil ritiene cioè che risposte innovative hanno bisogno di ripensare insieme modelli di lavoro e Stato sociale, assumendo appieno la complessità dei problemi.
In quest'ambito, ad esempio, l'emersione del lavoro nero passa attraverso vie articolate e complesse; dalla riforma fiscale e contributiva alla ridefinizione del sistema degli incentivi; dalla riorganizzazione dei sistemi produttivi, alla ridefinizione degli appalti; dalla territorializzazione del governo del mercato del lavoro, al rafforzamento del sistema di controllo e repressione; dai contratti di gradualità, alla contrattazione delle condizioni di lavoro; dalla revisione dell'indennità ordinaria di disoccupazione per il lavoro stagionale e discontinuo, a campagne d'informazione e formazione sui diritti ecc.

2. Per un nuovo modello di lavoro

La Cgil concorda con le indicazioni del Piano Delors quando propone di coniugare diverse modalità e obiettivi di sviluppo con nuove politiche del lavoro. E possibile e necessario ripensare il modello di sviluppo ponendo il lavoro come variabile essenziale e non puramente dipendente.
In questa fase di crescita senza occupazione, che crea nel sud una vera emergenza sociale e democratica, politiche del lavoro innovative sono necessarie per una nuova qualità della crescita economica. Servizi per l'impiego e occasioni formative moderni; nuovo rapporto tra formazione, innovazione dei modelli organizzativi del lavoro, qualità della prestazione; distribuzione più equa del lavoro e degli orari; parità di diritti e di opportunità tra i diversi soggetti, sostenendo quelli più deboli ecc., sono tutte strade che favoriscono politiche territoriali di sviluppo.
Governare le trasformazioni in atto, operare per un nuovo modello lavorativo, ridefinire nuove regole e nuovi diritti per tutti i lavoratori, significa oggi per il sindacato anche un mutamento dell'approccio culturale al problema. In particolare occorre: Per la Cgil è necessario ripensare il lavoro verso nuovi modelli, modulati su riduzione e riorganizzazione degli orari, su una diversificazione dei rapporti di lavoro, su percorsi certi di ingresso/uscita e di mobilità professionale e/o settoriale, su un uso produttivo (sociale e per sè) della formazione, su una rete universale di garanzie e tutele.
In quest'ambito è anche necessario considerare il rapporto produzione-riproduzione quale base di un nuovo modello di lavoro e di un nuovo Welfare, orientato alla promozione, capaci di rispondere alle modifiche culturali e comportamentali dei soggetti, alle trasformazioni nei ruoli sessuali e nelle relazioni sociali.

3. Diminuzione dell'orario di lavoro

La Cgil assume l'obiettivo della riduzione dell'orario di lavoro a 35 ore a parità di salario, come linea guida della sua politica rivendicativa e contrattuale nei prossimi anni.
La Cgil ritiene, più in generale, che il nuovo modello di lavoro a cui si deve tendere abbia al suo centro una riduzione e una redistribuzione del/dei lavoro/i in senso ampio, includendovi quelli formali e quelli informali, le attività fuori mercato ecc., e favorendone una redistribuzione nuova tra donne e uomini, tra generazioni, tra Nord e Sud. L'obiettivo della piena occupazione passa anche, in modo determinante, per una redistribuzione del lavoro e dei lavori.
La riduzione dell'orario di lavoro deve fare i conti con il tempo di lavoro già cosè segnato dai vuoti e pieni di un lavoro mal diviso, dalle flessibilità d'impresa, dalle diversità dei settori, dall'organizzazione dei servizi; ma anche dalle differenti esigenze individuali e collettive, centrate su tempi e progetti di vita.
Bisogna passare da una linearità temporale del lavoro a una modulazione del suo tempo, che, attraverso una riduzione articolazione degli orari e diversificazione dei rapporti di lavoro, permette di: Anche al fine di affermare questa strategia, la Cgil ritiene necessario costruire strette connessioni tra occupazione, nuova organizzazione del lavoro, riforma dei rapporti di lavoro, e tra diritti dei lavoratori occupati e di quelli in cerca di occupazione. Cosè si consolidano solidarietà effettive tra occupati e disoccupati, scongiurando disarticolazioni corporative del conflitto sociale.

4. Orario e condizioni di lavoro: la persona come variabile indipendente di una civiltà democratica

La proposta che fa la Cgil sugli orari di lavoro, e sui tempi della città, parte dalla consapevolezza che, nella crisi che viviamo del sistema taylorista-fordista, non è possibile ricondurre a una misura omogenea la necessità di compensare i costi estremamente diversificati, tra le imprese e tra le persone, di una riduzione generalizzata. Ne sono conferma l'accordo Volkswagen del '93 e l'esperienza dei contratti di solidarietà, fallita negli anni 80, ma che trova oggi una nuova diffusione.
La proposta della Cgil, di conseguenza, è quella di rimettere al centro dell'azione del sindacato sia ai fini della riduzione e riorganizzazione degli orari di lavoro, sia per l'occupazione la conquista di nuovi poteri decisionali di lavoratori e sindacati sull'organizzazione del lavoro e sulla sua trasformazione nell'impresa, nei servizi, nell'organizzazione della città.
In sintesi, rimettere al centro dell'azione del sindacato la persona, le sue condizioni di vita e di lavoro, la sua sicurezza e la sua salute, le sue libertà, la sua aspirazione di realizzarsi anche nel lavoro, come valori e misura decisivi del livello di civiltà e di democrazia.
Le condizioni e gli strumenti che rendono credibile il raggiungimento di livelli medi di orario al di sotto delle 35 ore settimanali, nei prossimi anni, come la Cgil ritiene possibile e necessario, sono: In particolare il tema della formazione e della riqualificazione sul lavoro deve assumere, secondo la Cgil, uno spazio ben più ampio e centrale dell'attuale nelle politiche rivendicative, anche col sostegno di politiche e contributi pubblici. E una strada importante sia per maggiori garanzie occupazionali, di fronte all'evolversi delle tecnologie e dei modelli organizzativi; sia perchè i lavoratori assumano nuove responsabilità nella programmazione e nel controllo del processo produttivo.
Oltre alla definizione dei tempi e dei programmi della formazione, andranno definite forme di remunerazione; ma il diritto alla formazione permanente deve diventare un caposaldo della politica dei tempi. In questo quadro si può arrivare anche alla sperimentazione di congedi sabbatici.
La contrattazione degli orari di fatto, di fronte alla introduzione di tecnologie fondate sull'informatica, che comporta nuove flessibilità delle prestazioni, deve comportare la determinazione anche quote di tempo disponibili per attività di controllo sui flussi produttivi e la loro qualità.
Analogamente, per i gruppi di lavoro, dovranno essere definiti i tempi necessari per esercitare efficacemente diritti di codeterminazione sui programmi produttivi, o su progetti di riorganizzazione del lavoro.
Per la Cgil questo intreccio tra tempi di lavoro, tempi di formazione, tempi di controllo e codeterminazione è un passaggio decisivo per costruire aziende moderne, innovative nelle tecnologie utilizzate e prodotte come nei modelli organizzativi e di relazioni sociali. Non si tratta solo di evitare che l'introduzione di innovazione tecnologica e organizzativa si risolva, prevalentemente, in intensificazione del lavoro e del suo controllo da parte della gerarchia; ma anche di acquisire coinvolgimento dei lavoratori nella determinazione e raggiungimento degli obiettivi produttivi e della loro qualità.
La battaglia sull'orario si intreccia quindi con quella per la modernizzazione delle imprese e dei rapporti sociali nel lavoro; solo un effettivo processo di partecipazione dei lavoratori nelle aziende alla definizione dell'innovazione e delle sue modalità di attuazione, può portare le imprese al successo di obiettivi ambiziosi nella competizione internazionale e, insieme, a una maggior certezza di un futuro occupazionale e di crescita professionale per i lavoratori.
La battaglia sull'orario si traduce in lotta di libertà e non solo per l'occupazione; e questo garantisce la possibilità di un'effettiva solidarietà fra lavoratori occupati e non occupati.

5. La legislazione di sostegno a nuovi regimi di orario

La contrattazione nell'impresa e nel territorio dell'orario, secondo le linee delineate, deve trovare impulso e sostegno in un intervento mirato dello Stato, quale allocatore delle risorse collettive e promotore di nuove regole nel mercato e nelle relazioni sociali.
La Cgil ripropone quindi la necessità di una legislazione di sostegno che, muovendo dal perfezionamento e dall'estensione delle norme sui contratti di solidarietà, preveda incentivazioni temporanee all'introduzione permanente di nuovi regimi di orario. Insieme sono necessari incentivi pubblici per la ricerca e le sperimentazione di nuove forme di organizzazione del lavoro, quando coinvolgano lavoratori e sindacati.
La Cgil ritiene infine necessaria che lo Stato promuova la creazione di un istituto incaricato di fare conoscere le esperienze significative di nuovi regimi di orario, di trasformazione dell'organizzazione del lavoro, di nuovi modelli di relazioni industriali, anche fornendo assistenza professionale alla sperimentazione.

6. Le attività di riproduzione sociale e di servizio

Per la Cgil, nell'ambito di una riorganizzazione diffusa e articolata dei sistemi di orario, va incoraggiata la contrattazione dello scaglionamento delle ferie e degli stessi riposi settimanali. Se questo si sviluppa nella produzione di merci, sarebbero stimolate nuove organizzazione dei tempi e del lavoro anche nei servizi pubblici e privati, nella società civile, soprattutto nelle città.
Sarebbe più evidente anche la necessità di promuovere una crescita del mercato sociale, che può essere anche fonte di nuova occupazione. In questa direzione cambierebbero anche i modelli di vita e la quantità e qualità dei servizi; il tempo libero può diventare anche un'occasione per diminuire le disuguaglianze di diritti e di opportunità.
In questi campi sarà decisivo il ruolo di progetto e di promozione degli enti locali e regionali. Un aumento consistente dei loro poteri fiscali e legislativi sarà condizione per consentire un rapporto più democratico e responsabile tra queste istituzioni, i cittadini, le imprese.
La Cgil ritiene che anche lo Stato nazionale deve intervenire con alcuni importanti progetti pilota sulla riorganizzazione dei tempi e del lavoro nella società, soprattutto nelle città. E una finalità importante a cui potrebbe rispondere il Fondo nazionale per l'occupazione che da tempo sosteniamo.
La Cgil è convinta, in sostanza che un processo di riorganizzazione dei tempi e degli orari delle persone, delle imprese, dei grandi servizi, che sia pensa ed attuato con il consenso nel progetto e nella sua attuazione, con tutta l'articolazione e la sperimentazione necessaria, non soltanto può indurre modelli e opportunità di vita più ricchi e migliori, portare maggiore efficienza nelle imprese, nei grandi servizi e nella vita delle città; ma sollecita nuove domande e nuovi bisogni collettivi e individuali, promuove nuovo lavoro, nuove professionalità, nuova occupazione, nuova democrazia a cui lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie attuali possono consentire nuove risposte.
Ripensare con questo orizzonte l'organizzazione di sistemi di educazione e formazione permanenti; i servizi scientifici e sanitari preposti a prevenzione, cura, riabilitazione rispetto a vecchi e nuovi rischi; i sistemi di trasporto e di telecomunicazione; i servizi culturali e del tempo libero; la salvaguardia e il risanamento dell'ambiente; ecc. offre uno spazio di progettualità, attività molto ampio, che può diventare anche nuovo motore dello sviluppo.


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