Cgil - Confederazione Generale Italiana del Lavoro XIII Congresso Nazionale Cgil
CGIL
Confederazione Generale Italiana del Lavoro
XIII Congresso Nazionale

IL NUOVO PROGRAMMA FONDAMENTALE DELLA CGIL


Capitolo I

La Cgil di fronte alle sfide del Duemila


1. Dopo il 1989: un nuovo ordine mondiale

Con la rivoluzione dell'89 e la caduta dei regimi totalitari comunisti si è aperta la strada a un nuovo ordine democratico, affrancato dalla minaccia di guerre totali tra blocchi contrapposti. Ma dobbiamo constatare che la strada di un nuovo ordine mondiale non è stata finora intrapresa e percorsa con lucidità e convinzione. L'Occidente uscito vincente dalla sfida col blocco sovietico non ha prestato il sostegno possibile e necessario ai paesi che si erano liberati dai regimi totalitari, imboccando la strada della democrazia. Nella difficoltà si è cercato di far valere e imporre modelli economici ispirati a un'ideologia neoliberista rigida quanto rovinosa. Molte speranze sono andate deluse. Nella maggior parte dei paesi dell'Europa centrale e orientale le conseguenze sociali degli orientamenti economici ispirati a una visione ideologica e astratta di un passaggio "istantaneo" all'economia di mercato hanno causato profonde lacerazioni sociali e politiche. Si sono moltiplicate le spinte ultranazionaliste. Le fughe separatiste si sono sostituite a un possibile nuovo quadro di cooperazione fra gli Stati, fino alla tragica esplosione dell'ex Jugoslavia. Le incertezze e la contraddizioni della politica delle grandi democrazie, e in particolare dell'Europa comunitaria, non hanno favorito un processo di ricomposizione dei conflitti su una base di cooperazione e di solidarietà.
Intanto, il deteriorarsi della situazione economica è venuto esasperando il divario con il Sud del mondo, rallentando o minacciando di bloccare i processi di democratizzazione in corso, e alimentando le spinte fondamentaliste, le tensioni disgregatrici fino alla moltiplicazione dei conflitti e di devastanti guerre civili.
Questi fenomeni hanno determinato una maggiore intensificazione dei processi migratori. La questione immigrazione - in relazione al gap economico e demografico - è diventata un fenomeno strutturale che segna il destino sociale e culturale di tutti i paesi e rappresenta perciò una sfida per le istituzioni e per il movimento sindacale.
Questo nuovo "disordine" esalta sia le responsabilità di carattere politico che economico. L'Onu è sempre più coinvolta in interventi di pacificazione, ma le sue strutture si dimostrano profondamente inadeguate sia sotto il profilo delle scelte che dell'efficacia operativa. Si pone per l'Onu un problema di rappresentatività riequilibrata, di obiettivi, di funzionamento. La fine delle sfere d'influenza, la crescita delle interdipendenze, e quindi di una responsabilità collettiva e planetaria per il conseguimento e il mantenimento della pace, esaltano il ruolo di prevenzione e di composizione dei conflitti sia interstatali, sia all'interno degli Stati dove i conflitti etnici, come dimostra la storia più recente, minacciano di sboccare in vere e proprie guerre civili sanguinose e incontrollabili. Il diritto d'intervento, da più parti evocato, deve esprimersi innanzitutto come capacità di mediazione e di prevenzione dei conflitti armati.
Della prevenzione fa parte, tuttavia, l'adozione di politiche di riequilibrio e di sostegno economico ai paesi che affrontano difficili, quanto socialmente dolorosi, processi di ristrutturazione economica. L'imposizione di criteri omogenei e uniformi di "risanamento" e di riforme, secondo le ideologie dominanti nelle istituzioni finanziarie internazionali, hanno portato a processi di destrutturazione delle vecchie economie, per quanto deboli, creando nuove povertà e fattori di disgregazione.
La mondializzazione dei mercati, favorita dalle nuove tecnologie e dalla liberalizzazione degli scambi, non può essere considerata un processo automatico capace di autoregolazione e in grado di produrre nuovi e spontanei equilibri. Vi è la necessità di una sede internazionale nella quale i dettati della competitività mondiale, le politiche liberiste e monetariste dominanti, le tendenze allo smantellamento dello stato sociale, trovino un contrappeso autorevole nelle riproposizioni della questione sociale.
Un nuovo ordine mondiale basato sulla pace e sulla cooperazione tra i popoli può essere dato solo dall'affermarsi del diritto di ogni popolo e nazione al proprio sviluppo, al rispetto dei diritti umani fondamentali, alla rinuncia al militarismo e al riarmo nucleare. In questo contesto, la Cgil richiede la moratoria totale degli esperimenti nucleari.
La Cgil intende dare il proprio contributo alla ricostruzione di un nuovo internazionalismo nell'epoca del mercato mondiale, assumendo come carattere fondante l'unità, la lotta, la cooperazione e il coordinamento tra i lavoratori di tutti i paesi, contro le politiche economiche liberiste.
L'obiettivo di un nuovo ordine domanda una nuova articolazione delle responsabilità e, nel contempo, nuovi strumenti di cooperazione fra le diverse regioni del mondo. La mondializzazione deve essere considerata come scenario dei processi di regionalizzazione. Il rafforzamento e la nascita di nuove istituzioni economiche e politiche a livello regionale - in primo luogo in Europa, dove più antica è l'esperienza di costruzione di una "Comunità", come in America del Nord e del Sud, in Africa, in Asia - debbono costituire spazi sufficientemente ampi e, al tempo stesso, ravvicinati per il funzionamento dei meccanismi economici di sviluppo compatibile, per una strategia della pace, basata sulla prevenzione dei conflitti e la solidarietà tra popoli legati da una storia e da problemi che li accomunano.
Queste sono le nuove sfide con le quali occorre confrontarsi. Non siamo nè di fronte alla "fine della storia", nè di fronte a una crisi irreversibile. Grandi avvenimenti capaci di modificare gli assetti di regioni nevralgiche aprono nuove prospettive di pace e di sviluppo. Spiccano fra questi avvenimenti la transizione pacifica del Sud Africa verso uno Stato multi razziale, liberale e democratico, come il difficile e contrastato processo di pace in corso nel Medio Oriente. Si tratta di grandi eventi che - se opportunamente sostenuti dalla Comunità internazionale - possono trasformare positivamente due aree del mondo, che sono state per decenni terreno e focolaio di tragici conflitti, in forze propulsive, per una vasta parte dell'Africa, come del Medio Oriente, di crescita economica, di sviluppo democratico, di pacificazione.
Fattori non meno importanti, anzi per molti versi decisivi, di riequilibrio e di costruzione di un nuovo ordine democratico possono essere i processi di regionalizzazione come il Nafta, nell'America del nord, il Mercosur nel cono sud dell'America Latina, le nuove forme di integrazione in Asia e, in misura oggettivamente preminente, l'unificazione europea.
Il nostro stesso sviluppo democratico è inestricabilmente intrecciato col destino dell'Europa, di un'Unione europea in grado di coniugare l'approfondimento delle istituzioni sovranazionali con l'allargamento ai paesi dell'Europa centrale e orientale.

2. La ricostruzione democratica dell'Italia

Il regime politico a centralità democristiana è crollato. Irreversibile è la crisi del meccanismo strutturale che lo ha sorretto per quasi cinquant'anni. E cioè l'uso, spregiudicato quanto assai costoso, delle risorse pubbliche a tutela di un compromesso tra rendita e profitto, tra Nord e Mezzogiorno, che ha progressivamente strozzato le forze del lavoro e della produzione.
Il vecchio Stato centralistico non è più in grado di fronteggiare le arretratezze e gli squilibri storici del paese. Si è aperto un vuoto, anche morale, che alimenta spinte disgregatrici e fenomeni contraddittori: per un verso, un moto di liberazione da un sistema corrotto e inefficiente; e, per l'altro, la formazione di un blocco sociale e politico potenzialmente populista, aggressivo e antisolidale.
Anche per ciò la Cgil riafferma solennemente e con vigore la sua permanente e ferma vocazione antifascista, contro ogni forma di intolleranza, di autoritarismo e di razzismo.
Si riapre in Italia, dunque, una grande questione democratica, la disoccupazione di massa ne è l'aspetto più drammatico e gli attacchi alla libertà del sistema dell'informazione la spia più allarmante. Mentre i fenomeni di razzismo e violenza contro gli immigrati, come orientamenti culturali di intolleranza e di insofferenza verso le "diversità", minano la struttura democratica e la convivenza civile.
Compito prioritario della Cgil è quello di battersi per la ricostruzione democratica della società italiana, per riaffermare le ragioni della solidarietà e i diritti dei lavoratori subordinati, per trasformare il Welfare, per dischiudere una prospettiva reale di sviluppo economico e civile garantendo, nel contempo, il risanamento della finanza pubblica, l'aumento dell'occupazione, in particolare delle ragazze e dei ragazzi meridionali, la valorizzazione del lavoro al livello tendenzialmente più qualificato, che rappresenta il bene più prezioso di una nazione moderna, la centralità dell'educazione e della formazione permanente.
La Cgil è ben consapevole che la realizzazione di questi obiettivi va oggi perseguita in un contesto radicalmente nuovo e in incessante mutamento: sotto il profilo degli assetti internazionali; dei processi di ristrutturazione del tessuto produttivo; delle trasformazioni del mercato del lavoro, nel quale emergono bisogni e figure professionali del tutto inediti; del progressivo allungamento della durata di vita; della rivoluzione scientifica e tecnologica e della rivoluzione femminile; del vincolo ecologico e della crescente composizione multi etnica della nostra società, che determinano cambiamenti profondi di cultura, di stili di vita, di costume, di concezione del lavoro.
La Cgil, soprattutto, è ben consapevole che la lotta per il progresso economico e civile è inseparabile dalla lotta per la difesa e l'espansione dei diritti sociali e politici e per il consolidamento dei corpi sociali intermedi, che costituiscono l'essenza della democrazia.
La fase odierna è ricca di straordinarie potenzialità di liberazione umana, ma è anche densa di pericoli per il futuro delle giovani generazioni, degli anziani e dell'Italia tutta. Pericoli di più squilibrata distribuzione del reddito e della ricchezza; di più raffinate forme di oppressione nei rapporti di lavoro; di conflitti razziali; di accentuati fenomeni di povertà, solitudine ed emarginazione; di aumento dell'esclusione e della diminuzione del tenore di vita medio, a vantaggio dei ceti più ricchi; di allargamento dell'area della tossicodipendenza; di ulteriori offensive della criminalità organizzata; di crescita ecologicamente non sostenibile; di nuove forme di ineguaglianze fra i sessi nell'accesso delle risorse economiche.
La Cgil è ben consapevole di questi e di tutti gli altri rischi che incombono sulla convivenza civile e sul futuro economico e democratico della nostra collettività. Proprio per ciò riafferma che solo un sindacato di e per tutte e tutti coloro che lavorano può assicurare un impegno, un'azione, un'iniziativa riformatrici, volti a scongiurare quei rischi e a consolidare la speranza e le ragioni della solidarietà, dei diritti, dello sviluppo.

3. Le responsabilità di un sindacato dei diritti

La Cgil è determinata a contrastare, con le armi della democrazia, ogni attacco a quelle che considera conquiste storiche del movimento dei lavoratori. Ma è anche determinata a non recedere dalla sua responsabilità di sindacato di progetto, chiamato ad avanzare, sempre, alternative costruttive, ad aggiornare e adeguare le sue proposte. Senza arroccamenti in sterili conservatorismi, che spianerebbero la strada alla frantumazione corporativa della società e alla restaurazione dei più gretti privilegi.
Per questo occorre guardare senza veli alla realtà del paese e ai suoi mutamenti. Occorre un messaggio forte su quella che deve essere la nuova frontiera di una sinistra sociale e politica, e cioè l'indicazione di soluzioni chiare e nette per alcuni problemi cruciali della società contemporanea: come aprire nuovi spazi ai diritti e alle libertà dei cittadini e soprattutto dei lavoratori, dei subordinati, dei più deboli; come costruire nuovi spazi di democrazia e di autogoverno nei luoghi di lavoro e in tutte le attività che proliferano nella società civile, che possono dare un contributo insostituibile alla lotta contro la disoccupazione e contro ogni forma di esclusione sociale.
In questo quadro, la Cgil mette mano, a partire da questo Programma, alla elaborazione di un nuovo progetto sociale, da perseguire in piena autonomia, che indichi le linee per costruire un'alternativa concreta alle politiche liberiste, indicando le priorità generali di una modifica profonda del modello economico- sociale, correlate a quelle concrete dell'occupazione, della riduzione degli orari di lavoro, del salario, della riforma fiscale, della trasformazione dello Stato sociale.

4. La crisi del taylorismo e le nuove frontiere dell'iniziativa sindacale

Il ritardo forse più serio del sindacato si registra di fronte al manifestarsi della crisi, che sembra irreversibile, del sistema taylorista-fordista.
Si tratta di una crisi che non si ferma all'organizzazione del lavoro esecutivo nelle grandi fabbriche. Essa investe tutti i segmenti del mondo del lavoro, dal manager, al quadro intermedio, al lavoro esecutivo, a tutti i settori della vita attiva, dalla fabbrica alla pubblica amministrazione.
Le implicazioni di questa crisi, che coincide con il declino - sulla spinta di nuove tecnologie informatiche e della mondializzazione dei mercati e dei sistemi di comunicazione - di un sistema diffuso di organizzazione dei ruoli, di divisione dei poteri e di ordinamento gerarchico che ha dominato per più di un secolo la cultura delle classi dirigenti di tutti i paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo, non sono ancora percepite sino in fondo, anche nelle nazioni economicamente più forti.
Questa crisi del sistema taylorista-fordista non è ancora al centro della riflessione critica del movimento sindacale e delle forze progressiste. Questa crisi è destinata a determinare forti tensioni nei rapporti di lavoro e nei rapporti sociali; ma offre anche nuove straordinarie opportunità all'iniziativa sindacale per aprire la strada a un'effettiva democrazia nei luoghi di lavoro e in tutte le articolazioni dello Stato e della società civile.
Si è di fronte, in ultima analisi, a sfide nuove che richiedono risposte nuove da parte del movimento sindacale. Gli stessi parametri dell'efficienza competitiva delle imprese, infatti, non sono più determinabili sulla base dei vecchi fondamenti del passato, come il controllo della proprietà dei mezzi di produzione - quando la proprietà di un'impresa si può spostare fisicamente o nella sua forma finanziaria con la rapidità del fulmine da un continente all'altro - o come la disponibilità delle tecnologie più avanzate e delle innovazioni di processo e di prodotto, che si spostano ormai, a costi decrescenti, con la stessa rapidità.
Questi parametri discendono oggi essenzialmente, in una fase in cui cresce su scala mondiale il lavoro salariato, dallo sviluppo incessante della capacità professionale, delle competenze, della possibilità e della capacità di apprendere, di sperimentare e di decidere, da parte di un numero sempre più vasto di lavoratori, con le più diverse responsabilità funzionali. Essi dipendono ancora dalla capacità di ricerca e di innovazione, non solo nel campo delle tecnologie di avanguardia e in quello dei nuovi prodotti e dei nuovi servizi, ma in quello, decisivo, dell'organizzazione delle reti di produzione e di servizio e dell'organizzazione cooperativa del lavoro. Essi dipendono, soprattutto, dalla creazione incessante di nuovi spazi trasversali, polivalenti e poliprofessionali anche nei lavori cosiddetti esecutivi, i quali tendono ad essere investiti di nuove responsabilità di intervento e di controllo.
Vanno pertanto drasticamente ridimensionate le profezie che identificano il processo di mondializzazione e persino la costruzione di un'Europa unita con l'inevitabile dissoluzione di ogni spazio di sovranità, non solo degli Stati ma anche delle istituzioni locali e, soprattutto, dei sindacati. Alcuni spazi tendono certamente a restringersi sino a scomparire. Ma altri tendono ad acquisire una importanza crescente. Non solo in termini di sovranità delle istituzioni rappresentative, nel campo della formazione, della ricerca, dell'organizzazione della società civile, della difesa dell'ambiente. Ma anche in termini di diritti civili e sociali, di autogoverno e di cooperazione, che formano l'identità specifica di una nazione democratica.

5. I soggetti di un progetto riformatore

Si tratta, quindi, di fare i conti con i soggetti possibili di un progetto riformatore; con i lavoratori e le lavoratrici in carne ed ossa, e con le loro sempre più ricche diversità. E si tratta, al tempo stesso, di completare la nostra riflessione critica su quelli che sono stati i grandi mutamenti sociali, culturali e politici, che hanno sconvolto non solo i valori e le ideologie intorno ai quali si costruivano forti processi di aggregazione e di identificazione, ma che hanno scompaginato anche quei processi associativi di cui hanno beneficiato i partiti tradizionali e, in buona misura, lo stesso movimento sindacale.
Ecco perchè una nostra proposta per la conquista, attraverso l'azione collettiva e la qualificazione progettuale del conflitto sociale, di nuove forme di organizzazione del lavoro, di nuovi regimi di orario, di nuovi lavori, nell'impresa come nei servizi di interesse collettivo, e per conseguire per quella via una trasformazione democratica dell'organizzazione della società civile; ecco perchè il nostro obiettivo di fare entrare la democrazia in tutti i luoghi di lavoro debbono potere individuare e anche contribuire a costruire i possibili protagonisti di questo progetto e di questa battaglia civile. Perchè solo assolvendo a questa esigenza si possono dare gambe, voce e anche cuore a una politica che vuole tessere e promuovere nuove forme di solidarietà.
Con queste forze che sono già in campo, e soprattutto con le associazioni del volontariato, si possono e si debbono gettare le basi di un nuovo patto di solidarietà nel mondo del lavoro e con il movimento sindacale. Senza questi protagonisti, questi attori insostituibili di una strategia dei diritti, ogni programma riformatore del sindacato rischia di tradursi in una pura esercitazione accademica.

6. Il sindacato generale

Le trasformazioni profonde del mercato del lavoro, la crisi dei sistemi fordisti di organizzazione della produzione e dei modelli tayloristi di organizzazione del lavoro, la frammentazione dei rapporti di lavoro, al di fuori di ogni nuova regolamentazione generale che ristabilisca diritti e responsabilità nella stipula dei sempre più numerosi contratti a tempo determinato, il risorgere sotto molte forme, di reazioni di autodifesa corporativa le quali rischiano di accelerare processi di disaggregazione e di esclusione nel mondo del lavoro dipendente, lo stesso superamento, ai margini del mercato del lavoro, delle frontiere che dividono il lavoro autonomo del lavoro dipendente eterodiretto (come nel caso del lavoro a domicilio o del lavoro per conto terzi) la flessibilità crescente delle prestazioni e la forte mobilità dei lavoratori e delle lavoratrici nell'impresa e nel territorio, tutti questi processi con le loro rilevanti implicazioni sociali mettono a dura prova la scelta fondante della Cgil: quella del sindacato generale.
Ma si tratta pur sempre di una scelta senza alternative credibili, se non quella di trasformare la nostra organizzazione in una Confederazione di corporazioni, aperta a derive aziendalistiche sulle quali le ragioni dell'impresa finiscono con il prevalere sulla necessità di costruire una nuova solidarietà fra tutti i lavoratori dipendenti. Il cedimento alle logiche corporative o aziendalistiche sanzionerebbe, infatti, l'esclusione dalla tutela sindacale della massa crescente dei lavoratori disoccupati e precari e delle fasce più deboli dei lavoratori occupati, legittimando in tal modo l'attacco che viene portato, in questa fase di trasformazione, ai diritti fondamentali e universali, civili e sociali, delle donne e degli uomini che vivono del loro lavoro in condizioni di subordinazione.
Al contrario, la costruzione di una grande organizzazione generale e di una Confederazione che non si rinchiuda nella mediazione fra interessi forti o in una concezione burocratica e gerarchica della confederalità ma sappia rappresentare in tutte le sue strutture, orizzontali e verticali, i diritti e gli interessi di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici rifiutando di condividere qualsiasi forma di discriminazione, costituisce la sfida con la quale la Cgil intende assolvere nella situazione presente al suo ruolo di unificazione del mondo del lavoro, partendo dalla difesa e dalla promozione solidale dei diritti di tutte e di tutti, a cominciare dal loro diritto alla autorealizzazione nel lavoro e nella vita civile.
La Cgil resta una Confederazione di lavoratori. La sua natura di Confederazione generale ispira le scelte di ognuna delle sue strutture. Se le Camere del lavoro e le organizzazioni regionali della Cgil vedono crescere il loro impegno di tutela, di servizio, di coordinamento dell'azione sindacale sul territorio e finanche di reclutamento dei lavoratori, sin dal loro ingresso in un mercato del lavoro sempre più flessibile e contrassegnato da larghe fasce di disoccupati e di sottoccupati, i compiti di rappresentanza generale e di tutela sindacale, di mediazione fra interessi divergenti, partendo dalla salvaguardia dei diritti universali delle lavoratrici e dei lavoratori, incombono in uguale misura sulle strutture orizzontali e sulle federazioni di settore, come sul Comitato direttivo della Confederazione. Proprio la piena realizzazione di questi compiti nelle nuove condizioni imposte dalle trasformazioni della società civile e del mercato del lavoro richiedono una ridefinizione dei rapporti fra l'organizzazione nel territorio e l'organizzazione nel settore.
La natura generale e confederale della Cgil e di tutte le sue strutture sta all'origine delle sue strategie rivendicative e dei suoi progetti di riforma sociale. Essa detta le priorità che, di volta in volta, la Cgil è chiamata ad assumere nel determinare, in ogni circostanza, la propria linea di condotta.
Allo stesso modo, definendo i princèpi e le regole di un comune agire nell'ambito di una associazione volontaria, la scelta del sindacato generale, conferisce precisi connotati alla sua autonomia.
L'autonomia di un sindacato generale che intende assolvere alla rappresentanza del lavoro subordinato nella società civile e nei confronti delle istituzioni democratiche del paese, non può limitarsi all'indipendenza formale dai deliberati dei partiti politici, dalle decisioni delle organizzazioni imprenditoriali o dagli orientamenti espressi da questo o quel governo, prescindendo dal suo peculiare orientamento politico. Essa non può nemmeno vedere immiserita la propria capacità di espressione e di evoluzione accettando o subendo una più o meno tacita decisione dei compiti e dei campi di intervento tra sindacati e partiti politici, quando sono in questione problemi di grande rilevanza generale che coinvolgono, direttamente o indirettamente, gli interessi e i diritti della generalità dei lavoratori.
L'autonomia del sindacato generale è prima di tutto autonomia culturale e politica e autonomia di progetto, è un'autonomia che si costruisce ogni giorno con l'analisi collettiva sulla condizione di lavoro, di occupazione e di vita dei lavoratori dipendenti e con la capacità di fornire, con un progetto di società, le risposte più pertinenti e più unificanti ai problemi che montano dal luogo di lavoro e dalla società civile; nella responsabile presa in conto, delle loro connessioni, delle loro implicazioni e dei vincoli da rispettare per una loro soluzione corrente con l'interesse generale del mondo del lavoro e con il rispetto delle regole della democrazia.
L'autonomia del sindacato generale si esprime, quindi, nel pieno rispetto delle funzioni di rappresentanza universale che assolvono i partiti politici in una democrazia compiuta e del potere sovrano delle Assemblee rappresentative che esse assolvono, prima di tutto, con la funzione legislativa, anche con l'adozione di forme di pressione e di lotta intese a sostenere il progetto e la strategia rivendicativa del sindacato, considerando il diritto al conflitto sociale come parte insostituibile di ogni sistema democratico, con l'adozione di forme specifiche di coinvolgimento democratico degli aderenti al sindacato; con la consultazione dei lavoratori comunque rappresentati in modo da acquistare anche dai non iscritti un esplicito mandato a rappresentarli; con l'adozione di strumenti, di volta in volta idonei a conseguire i risultati che l'azione del sindacato persegue: dalla contrattazione collettiva, alla codeterminazione nei luoghi di lavoro o alla concertazione con le associazioni imprenditoriali e con lo stesso governo. Ma questi strumenti dell'azione sindacale non possono essere eretti a princèpi ideologici, e tanto meno ad obiettivi che esauriscono la natura e la funzione del sindacato generale.
La natura del sindacato, come associazione di lavoratori che si riconosce in un progetto e in una strategia rivendicativa e la sua funzione di rappresentanza generale di tutte le forme di lavoro subordinato, trovano nell'autonomia culturale e politica del sindacato stesso il principio sulla base del quale decidere sull'utilità o sulla compatibilità di questa o quella forma di contrattazione collettiva o di concertazione o di questa o quella forma di sciopero, in ragione degli interessi generali che il sindacato intende difendere, e del rispetto dei patti stipulati.


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