CGIL
Confederazione Generale Italiana del Lavoro
XIII Congresso Nazionale
IL NUOVO PROGRAMMA FONDAMENTALE DELLA CGIL
Capitolo I
La Cgil di fronte alle sfide del Duemila
1. Dopo il 1989: un nuovo ordine mondiale
Con la rivoluzione dell'89 e la caduta dei regimi totalitari
comunisti si è aperta la strada a un nuovo ordine democratico,
affrancato dalla minaccia di guerre totali tra blocchi
contrapposti. Ma dobbiamo constatare che la strada di un nuovo
ordine mondiale non è stata finora intrapresa e percorsa con
lucidità e convinzione. L'Occidente uscito vincente dalla sfida
col blocco sovietico non ha prestato il sostegno possibile e
necessario ai paesi che si erano liberati dai regimi totalitari,
imboccando la strada della democrazia. Nella difficoltà si è
cercato di far valere e imporre modelli economici ispirati a
un'ideologia neoliberista rigida quanto rovinosa. Molte speranze
sono andate deluse. Nella maggior parte dei paesi dell'Europa
centrale e orientale le conseguenze sociali degli orientamenti
economici ispirati a una visione ideologica e astratta di un
passaggio "istantaneo" all'economia di mercato hanno causato
profonde lacerazioni sociali e politiche. Si sono moltiplicate le
spinte ultranazionaliste. Le fughe separatiste si sono sostituite
a un possibile nuovo quadro di cooperazione fra gli Stati, fino
alla tragica esplosione dell'ex Jugoslavia. Le incertezze e la
contraddizioni della politica delle grandi democrazie, e in
particolare dell'Europa comunitaria, non hanno favorito un
processo di ricomposizione dei conflitti su una base di
cooperazione e di solidarietà.
Intanto, il deteriorarsi della situazione economica è venuto
esasperando il divario con il Sud del mondo, rallentando o
minacciando di bloccare i processi di democratizzazione in corso,
e alimentando le spinte fondamentaliste, le tensioni
disgregatrici fino alla moltiplicazione dei conflitti e di
devastanti guerre civili.
Questi fenomeni hanno determinato una maggiore intensificazione
dei processi migratori. La questione immigrazione - in relazione
al gap economico e demografico - è diventata un fenomeno
strutturale che segna il destino sociale e culturale di tutti i
paesi e rappresenta perciò una sfida per le istituzioni e per il
movimento sindacale.
Questo nuovo "disordine" esalta sia le responsabilità di
carattere politico che economico. L'Onu è sempre più coinvolta in
interventi di pacificazione, ma le sue strutture si dimostrano
profondamente inadeguate sia sotto il profilo delle scelte che
dell'efficacia operativa. Si pone per l'Onu un problema di
rappresentatività riequilibrata, di obiettivi, di funzionamento.
La fine delle sfere d'influenza, la crescita delle
interdipendenze, e quindi di una responsabilità collettiva e
planetaria per il conseguimento e il mantenimento della pace,
esaltano il ruolo di prevenzione e di composizione dei conflitti
sia interstatali, sia all'interno degli Stati dove i conflitti
etnici, come dimostra la storia più recente, minacciano di
sboccare in vere e proprie guerre civili sanguinose e
incontrollabili. Il diritto d'intervento, da più parti evocato,
deve esprimersi innanzitutto come capacità di mediazione e di
prevenzione dei conflitti armati.
Della prevenzione fa parte, tuttavia, l'adozione di politiche di
riequilibrio e di sostegno economico ai paesi che affrontano
difficili, quanto socialmente dolorosi, processi di
ristrutturazione economica. L'imposizione di criteri omogenei e
uniformi di "risanamento" e di riforme, secondo le ideologie
dominanti nelle istituzioni finanziarie internazionali, hanno
portato a processi di destrutturazione delle vecchie economie,
per quanto deboli, creando nuove povertà e fattori di
disgregazione.
La mondializzazione dei mercati, favorita dalle nuove tecnologie
e dalla liberalizzazione degli scambi, non può essere considerata
un processo automatico capace di autoregolazione e in grado di
produrre nuovi e spontanei equilibri. Vi è la necessità di una
sede internazionale nella quale i dettati della competitività
mondiale, le politiche liberiste e monetariste dominanti, le
tendenze allo smantellamento dello stato sociale, trovino un
contrappeso autorevole nelle riproposizioni della questione
sociale.
Un nuovo ordine mondiale basato sulla pace e sulla cooperazione
tra i popoli può essere dato solo dall'affermarsi del diritto di
ogni popolo e nazione al proprio sviluppo, al rispetto dei
diritti umani fondamentali, alla rinuncia al militarismo e al
riarmo nucleare. In questo contesto, la Cgil richiede la
moratoria totale degli esperimenti nucleari.
La Cgil intende dare il proprio contributo alla ricostruzione di
un nuovo internazionalismo nell'epoca del mercato mondiale,
assumendo come carattere fondante l'unità, la lotta, la
cooperazione e il coordinamento tra i lavoratori di tutti i
paesi, contro le politiche economiche liberiste.
L'obiettivo di un nuovo ordine domanda una nuova articolazione
delle responsabilità e, nel contempo, nuovi strumenti di
cooperazione fra le diverse regioni del mondo. La
mondializzazione deve essere considerata come scenario dei
processi di regionalizzazione. Il rafforzamento e la nascita di
nuove istituzioni economiche e politiche a livello regionale - in
primo luogo in Europa, dove più antica è l'esperienza di
costruzione di una "Comunità", come in America del Nord e del
Sud, in Africa, in Asia - debbono costituire spazi
sufficientemente ampi e, al tempo stesso, ravvicinati per il
funzionamento dei meccanismi economici di sviluppo compatibile,
per una strategia della pace, basata sulla prevenzione dei
conflitti e la solidarietà tra popoli legati da una storia e da
problemi che li accomunano.
Queste sono le nuove sfide con le quali occorre confrontarsi. Non
siamo nè di fronte alla "fine della storia", nè di fronte a una
crisi irreversibile. Grandi avvenimenti capaci di modificare gli
assetti di regioni nevralgiche aprono nuove prospettive di pace e
di sviluppo. Spiccano fra questi avvenimenti la transizione
pacifica del Sud Africa verso uno Stato multi razziale, liberale
e democratico, come il difficile e contrastato processo di pace
in corso nel Medio Oriente. Si tratta di grandi eventi che - se
opportunamente sostenuti dalla Comunità internazionale - possono
trasformare positivamente due aree del mondo, che sono state per
decenni terreno e focolaio di tragici conflitti, in forze
propulsive, per una vasta parte dell'Africa, come del Medio
Oriente, di crescita economica, di sviluppo democratico, di
pacificazione.
Fattori non meno importanti, anzi per molti versi decisivi, di
riequilibrio e di costruzione di un nuovo ordine democratico
possono essere i processi di regionalizzazione come il Nafta,
nell'America del nord, il Mercosur nel cono sud dell'America
Latina, le nuove forme di integrazione in Asia e, in misura
oggettivamente preminente, l'unificazione europea.
Il nostro stesso sviluppo democratico è inestricabilmente
intrecciato col destino dell'Europa, di un'Unione europea in
grado di coniugare l'approfondimento delle istituzioni
sovranazionali con l'allargamento ai paesi dell'Europa centrale e
orientale.
2. La ricostruzione democratica dell'Italia
Il regime politico a centralità democristiana è crollato.
Irreversibile è la crisi del meccanismo strutturale che lo ha
sorretto per quasi cinquant'anni. E cioè l'uso, spregiudicato
quanto assai costoso, delle risorse pubbliche a tutela di un
compromesso tra rendita e profitto, tra Nord e Mezzogiorno, che
ha progressivamente strozzato le forze del lavoro e della
produzione.
Il vecchio Stato centralistico non è più in grado di fronteggiare
le arretratezze e gli squilibri storici del paese. Si è aperto un
vuoto, anche morale, che alimenta spinte disgregatrici e fenomeni
contraddittori: per un verso, un moto di liberazione da un
sistema corrotto e inefficiente; e, per l'altro, la formazione di
un blocco sociale e politico potenzialmente populista, aggressivo
e antisolidale.
Anche per ciò la Cgil riafferma solennemente e con vigore la sua
permanente e ferma vocazione antifascista, contro ogni forma di
intolleranza, di autoritarismo e di razzismo.
Si riapre in Italia, dunque, una grande questione democratica, la
disoccupazione di massa ne è l'aspetto più drammatico e gli
attacchi alla libertà del sistema dell'informazione la spia più
allarmante. Mentre i fenomeni di razzismo e violenza contro gli
immigrati, come orientamenti culturali di intolleranza e di
insofferenza verso le "diversità", minano la struttura
democratica e la convivenza civile.
Compito prioritario della Cgil è quello di battersi per la
ricostruzione democratica della società italiana, per riaffermare
le ragioni della solidarietà e i diritti dei lavoratori
subordinati, per trasformare il Welfare, per dischiudere una
prospettiva reale di sviluppo economico e civile garantendo, nel
contempo, il risanamento della finanza pubblica, l'aumento
dell'occupazione, in particolare delle ragazze e dei ragazzi
meridionali, la valorizzazione del lavoro al livello
tendenzialmente più qualificato, che rappresenta il bene più
prezioso di una nazione moderna, la centralità dell'educazione e
della formazione permanente.
La Cgil è ben consapevole che la realizzazione di questi
obiettivi va oggi perseguita in un contesto radicalmente nuovo e
in incessante mutamento: sotto il profilo degli assetti
internazionali; dei processi di ristrutturazione del tessuto
produttivo; delle trasformazioni del mercato del lavoro, nel
quale emergono bisogni e figure professionali del tutto inediti;
del progressivo allungamento della durata di vita; della
rivoluzione scientifica e tecnologica e della rivoluzione
femminile; del vincolo ecologico e della crescente composizione
multi etnica della nostra società, che determinano cambiamenti
profondi di cultura, di stili di vita, di costume, di concezione
del lavoro.
La Cgil, soprattutto, è ben consapevole che la lotta per il
progresso economico e civile è inseparabile dalla lotta per la
difesa e l'espansione dei diritti sociali e politici e per il
consolidamento dei corpi sociali intermedi, che costituiscono
l'essenza della democrazia.
La fase odierna è ricca di straordinarie potenzialità di
liberazione umana, ma è anche densa di pericoli per il futuro
delle giovani generazioni, degli anziani e dell'Italia tutta.
Pericoli di più squilibrata distribuzione del reddito e della
ricchezza; di più raffinate forme di oppressione nei rapporti di
lavoro; di conflitti razziali; di accentuati fenomeni di povertà,
solitudine ed emarginazione; di aumento dell'esclusione e della
diminuzione del tenore di vita medio, a vantaggio dei ceti più
ricchi; di allargamento dell'area della tossicodipendenza; di
ulteriori offensive della criminalità organizzata; di crescita
ecologicamente non sostenibile; di nuove forme di ineguaglianze
fra i sessi nell'accesso delle risorse economiche.
La Cgil è ben consapevole di questi e di tutti gli altri rischi
che incombono sulla convivenza civile e sul futuro economico e
democratico della nostra collettività. Proprio per ciò riafferma
che solo un sindacato di e per tutte e tutti coloro che lavorano
può assicurare un impegno, un'azione, un'iniziativa riformatrici,
volti a scongiurare quei rischi e a consolidare la speranza e le
ragioni della solidarietà, dei diritti, dello sviluppo.
3. Le responsabilità di un sindacato dei diritti
La Cgil è determinata a contrastare, con le armi della
democrazia, ogni attacco a quelle che considera conquiste
storiche del movimento dei lavoratori. Ma è anche determinata a
non recedere dalla sua responsabilità di sindacato di progetto,
chiamato ad avanzare, sempre, alternative costruttive, ad
aggiornare e adeguare le sue proposte. Senza arroccamenti in
sterili conservatorismi, che spianerebbero la strada alla
frantumazione corporativa della società e alla restaurazione dei
più gretti privilegi.
Per questo occorre guardare senza veli alla realtà del paese e ai
suoi mutamenti. Occorre un messaggio forte su quella che deve
essere la nuova frontiera di una sinistra sociale e politica, e
cioè l'indicazione di soluzioni chiare e nette per alcuni
problemi cruciali della società contemporanea: come aprire nuovi
spazi ai diritti e alle libertà dei cittadini e soprattutto dei
lavoratori, dei subordinati, dei più deboli; come costruire nuovi
spazi di democrazia e di autogoverno nei luoghi di lavoro e in
tutte le attività che proliferano nella società civile, che
possono dare un contributo insostituibile alla lotta contro la
disoccupazione e contro ogni forma di esclusione sociale.
In questo quadro, la Cgil mette mano, a partire da questo
Programma, alla elaborazione di un nuovo progetto sociale, da
perseguire in piena autonomia, che indichi le linee per costruire
un'alternativa concreta alle politiche liberiste, indicando le
priorità generali di una modifica profonda del modello economico-
sociale, correlate a quelle concrete dell'occupazione, della
riduzione degli orari di lavoro, del salario, della riforma
fiscale, della trasformazione dello Stato sociale.
4. La crisi del taylorismo e le nuove frontiere dell'iniziativa sindacale
Il ritardo forse più serio del sindacato si registra di fronte al
manifestarsi della crisi, che sembra irreversibile, del sistema
taylorista-fordista.
Si tratta di una crisi che non si ferma all'organizzazione del
lavoro esecutivo nelle grandi fabbriche. Essa investe tutti i
segmenti del mondo del lavoro, dal manager, al quadro intermedio,
al lavoro esecutivo, a tutti i settori della vita attiva, dalla
fabbrica alla pubblica amministrazione.
Le implicazioni di questa crisi, che coincide con il declino -
sulla spinta di nuove tecnologie informatiche e della
mondializzazione dei mercati e dei sistemi di comunicazione - di
un sistema diffuso di organizzazione dei ruoli, di divisione dei
poteri e di ordinamento gerarchico che ha dominato per più di un
secolo la cultura delle classi dirigenti di tutti i paesi
industrializzati e di quelli in via di sviluppo, non sono ancora
percepite sino in fondo, anche nelle nazioni economicamente più
forti.
Questa crisi del sistema taylorista-fordista non è ancora al
centro della riflessione critica del movimento sindacale e delle
forze progressiste. Questa crisi è destinata a determinare forti
tensioni nei rapporti di lavoro e nei rapporti sociali; ma offre
anche nuove straordinarie opportunità all'iniziativa sindacale
per aprire la strada a un'effettiva democrazia nei luoghi di
lavoro e in tutte le articolazioni dello Stato e della società
civile.
Si è di fronte, in ultima analisi, a sfide nuove che richiedono
risposte nuove da parte del movimento sindacale. Gli stessi
parametri dell'efficienza competitiva delle imprese, infatti, non
sono più determinabili sulla base dei vecchi fondamenti del
passato, come il controllo della proprietà dei mezzi di
produzione - quando la proprietà di un'impresa si può spostare
fisicamente o nella sua forma finanziaria con la rapidità del
fulmine da un continente all'altro - o come la disponibilità
delle tecnologie più avanzate e delle innovazioni di processo e
di prodotto, che si spostano ormai, a costi decrescenti, con la
stessa rapidità.
Questi parametri discendono oggi essenzialmente, in una fase in
cui cresce su scala mondiale il lavoro salariato, dallo sviluppo
incessante della capacità professionale, delle competenze, della
possibilità e della capacità di apprendere, di sperimentare e di
decidere, da parte di un numero sempre più vasto di lavoratori,
con le più diverse responsabilità funzionali. Essi dipendono
ancora dalla capacità di ricerca e di innovazione, non solo nel
campo delle tecnologie di avanguardia e in quello dei nuovi
prodotti e dei nuovi servizi, ma in quello, decisivo,
dell'organizzazione delle reti di produzione e di servizio e
dell'organizzazione cooperativa del lavoro. Essi dipendono,
soprattutto, dalla creazione incessante di nuovi spazi
trasversali, polivalenti e poliprofessionali anche nei lavori
cosiddetti esecutivi, i quali tendono ad essere investiti di
nuove responsabilità di intervento e di controllo.
Vanno pertanto drasticamente ridimensionate le profezie che
identificano il processo di mondializzazione e persino la
costruzione di un'Europa unita con l'inevitabile dissoluzione di
ogni spazio di sovranità, non solo degli Stati ma anche delle
istituzioni locali e, soprattutto, dei sindacati. Alcuni spazi
tendono certamente a restringersi sino a scomparire. Ma altri
tendono ad acquisire una importanza crescente. Non solo in
termini di sovranità delle istituzioni rappresentative, nel campo
della formazione, della ricerca, dell'organizzazione della
società civile, della difesa dell'ambiente. Ma anche in termini
di diritti civili e sociali, di autogoverno e di cooperazione,
che formano l'identità specifica di una nazione democratica.
5. I soggetti di un progetto riformatore
Si tratta, quindi, di fare i conti con i soggetti possibili di un
progetto riformatore; con i lavoratori e le lavoratrici in carne
ed ossa, e con le loro sempre più ricche diversità. E si tratta,
al tempo stesso, di completare la nostra riflessione critica su
quelli che sono stati i grandi mutamenti sociali, culturali e
politici, che hanno sconvolto non solo i valori e le ideologie
intorno ai quali si costruivano forti processi di aggregazione e
di identificazione, ma che hanno scompaginato anche quei processi
associativi di cui hanno beneficiato i partiti tradizionali e, in
buona misura, lo stesso movimento sindacale.
Ecco perchè una nostra proposta per la conquista, attraverso
l'azione collettiva e la qualificazione progettuale del conflitto
sociale, di nuove forme di organizzazione del lavoro, di nuovi
regimi di orario, di nuovi lavori, nell'impresa come nei servizi
di interesse collettivo, e per conseguire per quella via una
trasformazione democratica dell'organizzazione della società
civile; ecco perchè il nostro obiettivo di fare entrare la
democrazia in tutti i luoghi di lavoro debbono potere individuare
e anche contribuire a costruire i possibili protagonisti di
questo progetto e di questa battaglia civile. Perchè solo
assolvendo a questa esigenza si possono dare gambe, voce e anche
cuore a una politica che vuole tessere e promuovere nuove forme
di solidarietà.
Con queste forze che sono già in campo, e soprattutto con le
associazioni del volontariato, si possono e si debbono gettare le
basi di un nuovo patto di solidarietà nel mondo del lavoro e con
il movimento sindacale. Senza questi protagonisti, questi attori
insostituibili di una strategia dei diritti, ogni programma
riformatore del sindacato rischia di tradursi in una pura
esercitazione accademica.
6. Il sindacato generale
Le trasformazioni profonde del mercato del lavoro, la crisi dei
sistemi fordisti di organizzazione della produzione e dei modelli
tayloristi di organizzazione del lavoro, la frammentazione dei
rapporti di lavoro, al di fuori di ogni nuova regolamentazione
generale che ristabilisca diritti e responsabilità nella stipula
dei sempre più numerosi contratti a tempo determinato, il
risorgere sotto molte forme, di reazioni di autodifesa
corporativa le quali rischiano di accelerare processi di
disaggregazione e di esclusione nel mondo del lavoro dipendente,
lo stesso superamento, ai margini del mercato del lavoro, delle
frontiere che dividono il lavoro autonomo del lavoro dipendente
eterodiretto (come nel caso del lavoro a domicilio o del lavoro
per conto terzi) la flessibilità crescente delle prestazioni e la
forte mobilità dei lavoratori e delle lavoratrici nell'impresa e
nel territorio, tutti questi processi con le loro rilevanti
implicazioni sociali mettono a dura prova la scelta fondante
della Cgil: quella del sindacato generale.
Ma si tratta pur sempre di una scelta senza alternative
credibili, se non quella di trasformare la nostra organizzazione
in una Confederazione di corporazioni, aperta a derive
aziendalistiche sulle quali le ragioni dell'impresa finiscono con
il prevalere sulla necessità di costruire una nuova solidarietà
fra tutti i lavoratori dipendenti. Il cedimento alle logiche
corporative o aziendalistiche sanzionerebbe, infatti,
l'esclusione dalla tutela sindacale della massa crescente dei
lavoratori disoccupati e precari e delle fasce più deboli dei
lavoratori occupati, legittimando in tal modo l'attacco che viene
portato, in questa fase di trasformazione, ai diritti
fondamentali e universali, civili e sociali, delle donne e degli
uomini che vivono del loro lavoro in condizioni di
subordinazione.
Al contrario, la costruzione di una grande organizzazione
generale e di una Confederazione che non si rinchiuda nella
mediazione fra interessi forti o in una concezione burocratica e
gerarchica della confederalità ma sappia rappresentare in tutte
le sue strutture, orizzontali e verticali, i diritti e gli
interessi di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici
rifiutando di condividere qualsiasi forma di discriminazione,
costituisce la sfida con la quale la Cgil intende assolvere nella
situazione presente al suo ruolo di unificazione del mondo del
lavoro, partendo dalla difesa e dalla promozione solidale dei
diritti di tutte e di tutti, a cominciare dal loro diritto alla
autorealizzazione nel lavoro e nella vita civile.
La Cgil resta una Confederazione di lavoratori. La sua natura di
Confederazione generale ispira le scelte di ognuna delle sue
strutture. Se le Camere del lavoro e le organizzazioni regionali
della Cgil vedono crescere il loro impegno di tutela, di
servizio, di coordinamento dell'azione sindacale sul territorio e
finanche di reclutamento dei lavoratori, sin dal loro ingresso in
un mercato del lavoro sempre più flessibile e contrassegnato da
larghe fasce di disoccupati e di sottoccupati, i compiti di
rappresentanza generale e di tutela sindacale, di mediazione fra
interessi divergenti, partendo dalla salvaguardia dei diritti
universali delle lavoratrici e dei lavoratori, incombono in
uguale misura sulle strutture orizzontali e sulle federazioni di
settore, come sul Comitato direttivo della Confederazione.
Proprio la piena realizzazione di questi compiti nelle nuove
condizioni imposte dalle trasformazioni della società civile e
del mercato del lavoro richiedono una ridefinizione dei rapporti
fra l'organizzazione nel territorio e l'organizzazione nel
settore.
La natura generale e confederale della Cgil e di tutte le sue
strutture sta all'origine delle sue strategie rivendicative e dei
suoi progetti di riforma sociale. Essa detta le priorità che, di
volta in volta, la Cgil è chiamata ad assumere nel determinare,
in ogni circostanza, la propria linea di condotta.
Allo stesso modo, definendo i princèpi e le regole di un comune
agire nell'ambito di una associazione volontaria, la scelta del
sindacato generale, conferisce precisi connotati alla sua
autonomia.
L'autonomia di un sindacato generale che intende assolvere alla
rappresentanza del lavoro subordinato nella società civile e nei
confronti delle istituzioni democratiche del paese, non può
limitarsi all'indipendenza formale dai deliberati dei partiti
politici, dalle decisioni delle organizzazioni imprenditoriali o
dagli orientamenti espressi da questo o quel governo,
prescindendo dal suo peculiare orientamento politico. Essa non
può nemmeno vedere immiserita la propria capacità di espressione
e di evoluzione accettando o subendo una più o meno tacita
decisione dei compiti e dei campi di intervento tra sindacati e
partiti politici, quando sono in questione problemi di grande
rilevanza generale che coinvolgono, direttamente o
indirettamente, gli interessi e i diritti della generalità dei
lavoratori.
L'autonomia del sindacato generale è prima di tutto autonomia
culturale e politica e autonomia di progetto, è un'autonomia che
si costruisce ogni giorno con l'analisi collettiva sulla
condizione di lavoro, di occupazione e di vita dei lavoratori
dipendenti e con la capacità di fornire, con un progetto di
società, le risposte più pertinenti e più unificanti ai problemi
che montano dal luogo di lavoro e dalla società civile; nella
responsabile presa in conto, delle loro connessioni, delle loro
implicazioni e dei vincoli da rispettare per una loro soluzione
corrente con l'interesse generale del mondo del lavoro e con il
rispetto delle regole della democrazia.
L'autonomia del sindacato generale si esprime, quindi, nel pieno
rispetto delle funzioni di rappresentanza universale che
assolvono i partiti politici in una democrazia compiuta e del
potere sovrano delle Assemblee rappresentative che esse
assolvono, prima di tutto, con la funzione legislativa, anche con
l'adozione di forme di pressione e di lotta intese a sostenere il
progetto e la strategia rivendicativa del sindacato, considerando
il diritto al conflitto sociale come parte insostituibile di ogni
sistema democratico, con l'adozione di forme specifiche di
coinvolgimento democratico degli aderenti al sindacato; con la
consultazione dei lavoratori comunque rappresentati in modo da
acquistare anche dai non iscritti un esplicito mandato a
rappresentarli; con l'adozione di strumenti, di volta in volta
idonei a conseguire i risultati che l'azione del sindacato
persegue: dalla contrattazione collettiva, alla codeterminazione
nei luoghi di lavoro o alla concertazione con le associazioni
imprenditoriali e con lo stesso governo. Ma questi strumenti
dell'azione sindacale non possono essere eretti a princèpi
ideologici, e tanto meno ad obiettivi che esauriscono la natura e
la funzione del sindacato generale.
La natura del sindacato, come associazione di lavoratori che si
riconosce in un progetto e in una strategia rivendicativa e la
sua funzione di rappresentanza generale di tutte le forme di
lavoro subordinato, trovano nell'autonomia culturale e politica
del sindacato stesso il principio sulla base del quale decidere
sull'utilità o sulla compatibilità di questa o quella forma di
contrattazione collettiva o di concertazione o di questa o quella
forma di sciopero, in ragione degli interessi generali che il
sindacato intende difendere, e del rispetto dei patti stipulati.
Indice
Capitolo successivo
Capitolo precedente
Homepage della Cgil: http://www.cgil.it